Calcio

La Germania vinceva per certezza; Nagelsmann punta sul contrario

La squadra più efficiente che il calcio abbia costruito è diventata la più dotata e la meno definita.
Jack T. Taylor

Quando il tedesco Julian Nagelsmann ha letto i portieri, ha guardato indietro. Manuel Neuer ha quarant’anni e un anno prima si diceva chiuso con la nazionale, eppure Nagelsmann lo ha nominato titolare, senza discussioni. Per farlo ha lasciato del tutto fuori Marc-André ter Stegen, uno dei migliori portieri del mondo. È la decisione più rivelatrice presa dalla Germania prima del torneo, e non ha quasi nulla a che fare con il parare. È un allenatore che guarda la squadra giovane più entusiasmante che abbia mai costruito e decide che le serve una vecchia certezza alle spalle.

Questa è la forma strana di questa Germania. Per quasi tutta la memoria recente è stata la nazionale più sicura dello sport: non la più bella, non sempre la più dotata, ma quella su cui regolavi l’orologio. Sapeva cosa era. Vinceva perché lo sapeva. E a un certo punto dell’ultimo decennio quella certezza le è sfuggita dalle mani, e da allora cerca di capire cosa è adesso. Questa rosa è la risposta, o la cosa più vicina a una risposta, e la verità è che nessuno, né il ct né i giocatori, è del tutto sicuro che reggerà.

La macchina che si è fermata

Vale la pena ricordare quanto fosse compiuta la versione di prima. È una quattro volte campione del mondo, un Paese che ha fatto del calcio un sistema e poi lo ha esportato a tutti. L’ultima volta che ha alzato la coppa lo ha fatto alla tedesca: implacabile, ordinata, una squadra nel senso più vero, un gruppo che conosceva il suo compito al millimetro. Poi il pavimento ha ceduto. Campione un’estate, fuori già ai gironi in quella dopo. Quattro anni più tardi di nuovo il girone, rispedita a casa prima ancora che cominciassero gli scontri diretti. All’Europeo, da padrona di casa, per qualche settimana è tornata a somigliarsi, poi ha incrociato la Spagna ai quarti ed è uscita ai supplementari, battuta da chi era più forte. La macchina non aveva solo rallentato. Aveva dimenticato a cosa servisse.

Nagelsmann ha quindi ereditato un paradosso: una nazione calcistica con un istinto glorioso per il controllo e una generazione di giocatori che dà il meglio quando non si controlla nulla.

Il nuovo motore va a caos

Perché il talento è reale, ed è il più elettrizzante che la Germania abbia da anni. Florian Wirtz ne è l’intelligenza che ordina, un calciatore che gioca come se vedesse due secondi nel futuro, andato al Liverpool la scorsa estate per una cifra che lo ha messo tra i più cari del mondo, e che ha passato la stagione a dimostrare che il numero non era una follia. Accanto a lui, quando il corpo glielo concede, c’è Jamal Musiala, il giocatore più puramente dotato che la Germania abbia prodotto in questo secolo, capace di attraversare una selva di gambe come l’acqua trova una crepa. Nagelsmann sta provando un tridente che aggiunge ai due il giovane Lennart Karl del Bayern, e l’idea non è la struttura. È l’opposto della struttura: velocità, invenzione, tre giocatori che si scambiano la posizione così in fretta che l’avversario non sa mai chi prendere.

È una Germania costruita per improvvisare, e l’improvvisazione è l’unica cosa per cui il calcio tedesco non è mai stato famoso. Joshua Kimmich, il capitano, gioca terzino destro, un leader sul bordo della squadra e non al suo centro. Intorno a lui Antonio Rüdiger, Nico Schlotterbeck e Jonathan Tah formano una linea rapida e aggressiva più che monolitica. Lo ha detto lo stesso Nagelsmann, quasi apertamente: la difesa e i suoi due attaccanti migliori sono decisi, e quasi tutto il resto è ancora una conversazione. A poche settimane dall’esordio, il ct di una quattro volte campione del mondo non conosce ancora il suo undici migliore. Non è una crisi. È, di proposito, il piano. Tiene la squadra fluida apposta, perché il fluido è ciò che questo gruppo sa fare.

La fragilità sotto lo splendore

Il rischio è scritto nel corpo del suo giocatore migliore. Musiala ha passato quasi tutta la stagione a recuperare da una gamba rotta e una caviglia lussata, un infortunio abbastanza grave perché allenatori meno coraggiosi lo avrebbero lasciato a casa chiamandola prudenza. Nagelsmann si è rifiutato. Ha costruito una parte della sua idea offensiva attorno a un giocatore che solo ora ritrova lo smalto, e che porta con sé il tipo di infortunio che non sempre torna tutto in una volta. Se Musiala sta bene, la Germania ha un uomo da svolta che in pochi possono pareggiare. Se gli manca mezzo metro, l’intero attacco improvvisato perde l’uomo attorno al quale improvvisa. È una scommessa posata su un osso che ancora guarisce.

Ed è qui, infine, che il portiere ha senso. Una squadra così fluida, così giovane, così appesa al fatto che tutto vada bene nell’ultimo terzo, ha bisogno di un punto del campo in cui nulla sia in discussione. Neuer è quel punto. Non è più il giocatore di un tempo, nessuno lo è a quarant’anni, ma è l’ultimo rimasto dell’epoca in cui la Germania sapeva esattamente cosa era, e Nagelsmann vuole quella certezza dietro il suo caos come una mano sul corrimano. La convocazione non è nostalgia. È un’assicurazione. Il ct gioca il futuro della squadra sull’improvvisazione e lo copre con l’unico pezzo del passato che poteva ancora chiamare.

Il cammino e la domanda in fondo

Il sorteggio è stato benevolo, e questo dà tempo perché tutto si assesti. La Germania apre contro Curaçao, una debuttante che giocherà la partita più grande della sua storia, poi affronta la Costa d’Avorio, rapida, fisica e per nulla intimorita, e chiude il girone con l’Ecuador, la più ordinata e pericolosa delle tre. Una squadra di questa profondità dovrebbe passare, anche se la Germania, meglio di chiunque, sa quanto vale la parola «dovrebbe» a un Mondiale. Non è nel girone che si misurerà. Si misurerà dopo, negli scontri diretti dove l’avversario smette di cederti il pallone e contende ogni metro, dove l’improvvisazione diventa genio o si sfalda in una squadra che non ha mai davvero deciso cosa fosse.

Lì sta il vero test di questa nazionale. La vecchia Germania avrebbe saputo vincere quelle partite; aveva un metodo, una certezza in cui rifugiarsi quando il calcio si faceva brutto. Questa Germania ha buttato via il metodo e ha scommesso su qualcosa di più rapido e molto meno sicuro: sul talento, sulla velocità, su tre giovani che si leggono tra loro meglio di quanto chiunque li legga. È la squadra meno tedesca che la Germania mandi a un Mondiale da una generazione, ed è guidata da un uomo che ha richiamato un quarantenne per ricordarle da dove viene. Presto sapremo se una squadra che ha dimenticato la sua vecchia certezza può imparare a vincere senza di essa.

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