Scienza

Un cassetto di museo nascondeva il primo megaraptor d’Europa, cugino del T. rex

Peter Finch
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Un frammento di cranio di dinosauro rimasto per quasi un secolo nel cassetto di un museo londinese appartiene a un predatore che nessuno aveva mai nominato, di un gruppo mai trovato prima in Europa. L’animale, ora chiamato Invictibellatrix amberina, era un megaraptoriano: un cacciatore bipede stretto parente dei tirannosauri, che afferrava le prede con braccia lunghe e enormi artigli ricurvi invece di stritolarle tra le fauci.

Conta perché i megaraptoriani sono tra i dinosauri carnivori più difficili da collocare sulla mappa. I paleontologi sospettavano che fossero nati in Asia e avessero attraversato l’Europa per raggiungere i continenti meridionali, dove alcuni arrivarono a pesare quanto un elefante. L’Europa, però, non aveva mai restituito un fossile che provasse quel percorso. Una sola scatola cranica dell’isola di Wight ora colma il vuoto.

Il fossile proviene dalla Formazione di Wessex, le rocce ricche di dinosauri della costa sud-occidentale dell’isola, e risale al Cretaceo inferiore, circa 120 milioni di anni fa. Un gruppo guidato da Cassius Morrison dello University College London, con Paul Barrett del Natural History Museum come autore senior, lo descrive sulla rivista ad accesso aperto Royal Society Open Science. La loro analisi colloca Invictibellatrix tra i membri piccoli e precoci dei Megaraptora, solo lontano parente di tutti i teropodi già descritti nelle stesse rocce.

Il primo autore dà all’animale una scala umana. Nelle parole di Morrison: «In base a ciò che sappiamo dei suoi parenti più stretti, Invictibellatrix doveva essere lungo da tre a quattro metri e alto poco più di un metro e mezzo, più o meno quanto un essere umano. Probabilmente aveva piume e i suoi artigli potevano misurare tra 10 e 20 cm».

Come una scatola cranica basta a dare il nome a un nuovo dinosauro

L’esemplare, catalogato come NHMUK PV R6775, è la parte posteriore del cranio: la scatola ossea che conteneva il cervello e l’apertura da cui entrava il midollo spinale. Sembra un punto poco promettente per stabilire un’identità. Le scatole craniche dei teropodi hanno fama di essere conservative, così simili tra gruppi diversi da dire poco sulle parentele. Il gruppo sostiene il contrario e scrive che i caratteri della scatola cranica forniscono dati essenziali per chiarire come sono imparentati i teropodi.

I ricercatori hanno sottoposto il fossile a tomografia computerizzata, ricavandone un modello tridimensionale dell’osso e un secondo modello dello spazio vuoto interno, la cavità che un tempo ospitava il cervello. La TC vede canali e superfici interne senza tagliare né ripulire ulteriormente un esemplare fragile conservato da quasi un secolo. Poi hanno confrontato l’anatomia con le scatole craniche di tirannosauri, spinosauri, raptor e altri carnivori bipedi.

Tre caratteri sono saltati all’occhio: un condilo occipitale quasi circolare, la sporgenza dove il cranio si articola con il collo; un forame magno ovale, il foro da cui passava il midollo spinale; e una cresta a forma di clessidra sul retro del cranio. Questa combinazione non corrisponde a nessuna specie nota. Quando il gruppo ha eseguito le analisi filogenetiche, programmi che costruiscono alberi genealogici a partire dai caratteri condivisi, l’esemplare è finito ogni volta dentro i Megaraptora.

Un cugino del T. rex grande come una tigre, fatto per prede piccole

I megaraptoriani sono tra i grandi dinosauri carnivori meno conosciuti perché i loro fossili sono rarissimi. Avevano crani stretti, braccia potenti e, nelle specie meridionali più tarde, artigli fino a 35 centimetri, più lunghi di un righello scolastico. I giganti del gruppo, come Maip macrothorax dell’Argentina, sono stimati in nove-dieci metri di lunghezza e con il peso di un elefante.

Invictibellatrix stava all’altro capo della scala. Con i suoi tre-quattro metri aveva più o meno le dimensioni di una grossa tigre, e Morrison paragona il suo posto nella catena alimentare a quello di una iena. Mangiava piccoli dinosauri, lucertole e mammiferi e non era il predatore al vertice del suo mondo; la ricostruzione della scena diffusa dal museo assegna quel ruolo a uno spinosauride pescatore.

Proprio la taglia contenuta è il motivo per cui Morrison sostiene che sarebbe stato più pericoloso per una persona di un T. rex. Nelle parole del primo autore: «Saremmo stati prede della misura perfetta, circa un terzo del loro peso corporeo. Ci avrebbero senz’altro inseguiti. Un T. rex non si sarebbe preso il disturbo, saremmo stati troppo piccoli». Il confronto è un esperimento mentale: esseri umani e dinosauri non aviani si sono mancati di oltre 60 milioni di anni.

La tappa europea sulla strada dall’Asia al Gondwana

Il risultato più importante è geografico. L’ipotesi principale vuole che i megaraptoriani siano nati in Asia, siano passati per l’Europa e si siano poi diffusi nel Gondwana, il supercontinente meridionale che comprendeva le attuali Africa, Sud America e Antartide. Senza un fossile europeo, altre rotte restavano possibili.

Secondo il coautore Charlie Scherer, dottorando in Scienze della Terra all’UCL, «questa nuova specie è la prima prova che abbiamo che i megaraptoriani erano presenti anche in Europa e che hanno raggiunto il Gondwana per questa via, invece di saltare di isola in isola più a sud».

Il gruppo ha costruito anche un modello biogeografico che combina i fossili noti, l’albero genealogico, la geografia antica e il clima. Il modello suggerisce che i primi megaraptoriani fossero diffusi in gran parte del mondo nel Cretaceo inferiore. Nel Cretaceo superiore, decine di milioni di anni dopo, erano probabilmente scomparsi dalla Laurasia, il supercontinente settentrionale che comprendeva l’Europa, mentre a sud diventavano superpredatori. Lo studio conclude che la loro assenza al nord si spiega meglio con un’estinzione regionale.

Quello che una sola scatola cranica non può stabilire

L’intera specie poggia su un unico osso. Tutto ciò che riguarda l’animale vivo oltre la scatola cranica, dalla lunghezza e dall’altezza alle piume e agli artigli, è dedotto dai parenti più stretti e non misurato. Morrison presenta le dimensioni proprio in questi termini, e uno scheletro scoperto in futuro potrebbe spostare le stime in un senso o nell’altro.

Anche la posizione nell’albero genealogico ha la sua dose di incertezza. L’analisi colloca Invictibellatrix vicino alla base dei Megaraptora, in un insieme sfilacciato di forme eurasiatiche che non formano un unico ramo ordinato. I membri precoci di un gruppo sono proprio il punto in cui i nuovi fossili ridisegnano più spesso l’albero, quindi un’altra scoperta in Asia o in Europa potrebbe rimescolare i suoi vicini.

Lo studio non spiega nemmeno perché i megaraptoriani siano scomparsi dal nord. I ricercatori indicano cambiamenti del clima o dell’ambiente, o la concorrenza di altri grandi predatori come i tirannosauri, ma il modello mostra dove il gruppo è sparito, non perché.

Un secolo nel cassetto di un museo

Il fossile fu trovato ai piedi di una scogliera della costa sud-occidentale dell’isola di Wight da un collezionista dilettante. Il Natural History Museum lo acquisì nel 1924 come parte di una collezione di oltre 1.000 esemplari comprata dopo la sua morte, e nessuno lo aveva studiato fino a oggi. Il materiale è stato segnalato per la prima volta in un abstract congressuale nel 2024, e la descrizione formale è uscita il 14 ottobre 2026.

Per Morrison, «è un vero mistero che questo fossile sia stato trascurato così a lungo, chiuso in un cassetto per quasi 100 anni». Barrett ci vede una lezione sulle collezioni storiche: «Nonostante oltre 200 anni di raccolte, l’isola di Wight continua a sorprenderci con nuove specie di dinosauri, e i ritrovamenti di dinosauri carnivori, come Invictibellatrix, sono stati particolarmente sfuggenti».

Il nome significa «guerriera invitta», un omaggio ai predatori giganti che la stirpe produsse in seguito. Nell’articolo gli autori scrivono che vuole «dare speranza e forza a tutte le persone vittime di bullismo, discriminazione, vittimizzazione e oppressione, perché il domani sarà loro, e a non arrendersi di fronte a simili avversità». Il nome della specie, amberina, rimanda all’ambra presente nelle rocce da cui proviene il fossile e al nome femminile Amberina.

Domande frequenti su Invictibellatrix

Che cos’è un megaraptor?

I megaraptoriani sono un gruppo di dinosauri carnivori bipedi strettamente imparentati con i tirannosauri. Invece di affidarsi a fauci massicce, avevano crani stretti, braccia robuste e grandi artigli ricurvi per afferrare le prede. La maggior parte dei fossili noti viene dai continenti meridionali, e le specie più grandi raggiungevano nove-dieci metri.

Invictibellatrix era più grande del T. rex?

No. Sulla base dei parenti più stretti, era lungo circa tre-quattro metri e alto più o meno quanto un adulto umano, all’incirca come una grossa tigre. Il T. rex era parecchie volte più lungo e molto più pesante: per questo il primo autore sostiene che un essere umano sarebbe stato una preda della taglia giusta per Invictibellatrix, ma non per il T. rex.

Quanti anni ha il fossile di megaraptor dell’isola di Wight?

La scatola cranica proviene dalla Formazione di Wessex e risale al Barremiano, nel Cretaceo inferiore, circa 120 milioni di anni fa. Questo fa di Invictibellatrix uno dei megaraptoriani più antichi conosciuti.

Invictibellatrix è il primo megaraptor trovato in Europa?

Sì. Lo studio lo descrive come il primo megaraptoriano identificato in Europa. Prima, il gruppo era noto in Asia e nei continenti meridionali, il che lasciava un buco nella rotta ipotizzata tra le due aree.

L’olotipo resta nelle collezioni del Natural History Museum, a disposizione di qualunque ricercatore voglia mettere alla prova la nuova classificazione, e l’articolo è leggibile gratuitamente. Morrison si aspetta altro: «Sull’isola di Wight si trovano moltissime ossa: chissà cos’altro aspetta di essere scoperto».

Riferimento: Morrison et al., “A new megaraptoran dinosaur from the Lower Cretaceous Wessex Formation, UK, and its implications for theropod evolution and biogeography,” Royal Society Open Science, 2026. DOI: 10.1098/rsos.260937

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