Cinema

Zach Cregger azzera Resident Evil e affida l’epidemia a un corriere qualunque

Camille Lefèvre
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A un uomo viene consegnato un pacco con l’ordine di portarlo oltre una montagna innevata. È tutta qui la missione, e per un po’ è tutto il film: un incarico, una strada, una scadenza. Poi l’incarico si guasta. La consegna che apre Resident Evil di Zach Cregger è il genere di commissione ordinaria che il cinema horror ha sempre amato avvelenare, e il regista la tratta come una botola. Un piccolo obbligo lascia precipitare un uomo insignificante dentro una città che si sta silenziosamente disfacendo.

A rendere interessante la mossa è ciò che essa rifiuta. Questo è un Resident Evil privato dei volti familiari della serie. Non c’è nessun Leon Kennedy, nessuna Jill Valentine, nessuna Alice inventata per rimpiazzarli. Cregger e il co-sceneggiatore Shay Hatten riportano il marchio a un singolo civile, un corriere di nome Bryan, e lasciano che la mitologia di Raccoon City prema dai bordi del parabrezza invece di occupare il centro dell’inquadratura. La leggenda del franchise arriva come clima, non come trama.

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Mettere Austin Abrams al posto di guida di quel corriere è la dichiarazione d’intenti più chiara del film. Abrams interpreta la normalità come certi attori interpretano l’eroismo, cioè a tempo pieno, e Cregger lo usa come surrogato dello spettatore che non raggiunge mai davvero la competenza che il genere di solito concede ai suoi superstiti. Attorno a lui il gruppo è deliberatamente stonato. Zach Cherry porta il registro impassibile, Kali Reis una gravità fisica e concreta, Paul Walter Hauser quella minaccia comica e nauseante che ha fatto sua. Nessuno di loro è una action figure da franchise. Sono persone che per caso si trovano nella città sbagliata nella notte sbagliata.

Cregger è arrivato all’horror attraverso la commedia, e l’attrito tra questi due registri è la sua vera firma. Il suo esordio funzionava come un elaborato gioco di depistaggio, una casa che continuava ad aprire un altro piano sotto quello che si era preso per il fondo, e il successivo film corale ha allargato quell’istinto verso qualcosa di più simile a un terrore collettivo. Resident Evil è, sulla carta, il suo incarico più convenzionale: proprietà intellettuale di studio, una premessa a forma di videogioco, un logo PlayStation sulla locandina. La domanda aperta è se un autore la cui grammatica è costruita sulla rivelazione trattenuta possa lavorare dentro un marchio i cui snodi sono, per definizione, già noti. La sua prima risposta è restringere invece di espandere. Meno personaggi, una sola notte, una macchina da presa che perlustra corridoi anziché eserciti.

Sono le scelte formali a portare avanti l’argomento. Là dove il ciclo precedente frantumava l’horror in uno spettacolo cinetico e senza peso, Cregger rallenta il battito e lascia che sia l’architettura a spaventare: la geometria di una tromba delle scale, il lungo avvicinamento lungo un corridoio, la simmetria dall’alto di un’auto che si infila in una strada tagliata in un bosco nero mentre qualcosa attende nel punto di fuga. La violenza, quando arriva, è tattile e ravvicinata. Questo è il survival horror inteso come problema spaziale, che è ciò che i videogiochi sono sempre stati in fondo. Una persona, una pianta d’edificio e munizioni insufficienti.

Dietro quella scelta si nasconde un discorso più ampio. Il cinema ha passato decenni a fallire nel tradurre i videogiochi, di solito gonfiandoli in spettacolo vuoto o scusandosi per la loro anima pulp. I precedenti film di Resident Evil cedevano al primo errore, costruendo un’eroina d’azione da arti marziali che i giochi non avevano mai avuto. La correzione di Cregger consiste nel trattare la fonte come una grammatica di genere anziché come una trama da trascrivere. Il survival horror non ha mai riguardato davvero la leggenda; riguardava la scarsità, l’angoscia e una porta chiusa a chiave. Onorando le meccaniche invece della mitologia, il regista si avvicina a ciò che i giochi facevano provare più di qualsiasi altro film prima di lui, pur conservando quasi nulla della loro storia.

Niente di tutto ciò garantisce che il riavvio regga. Un Resident Evil senza la sua schiera di eroi è una scommessa sulla capacità del marchio di sopravvivere alla separazione dai personaggi che lo hanno costruito, e il film non scioglie il dubbio se la notte di Bryan apra una continuità o si chiuda come una deviazione a sé stante. La comicità che Cregger non riesce a soffocare del tutto smorza a tratti l’angoscia che dovrebbe affilare, e una corsa alla sopravvivenza di novanta minuti lascia poco spazio alla mitologia che il titolo continua a evocare. Ridurre un franchise a un solo corriere spaventato è un’idea pulita. Se il pubblico venuto per Leon e Jill accetterà un estraneo al loro posto è l’unica cosa che nessun trailer può risolvere.

Austin Abrams as courier Bryan in Zach Cregger Resident Evil 2026
Austin Abrams in Resident Evil (2026)

Gli interpreti accreditati sono Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis e Paul Walter Hauser, a partire da una sceneggiatura firmata da Cregger e Hatten. La produzione mette in fila la storia stessa del franchise. Constantin Film, che aveva seguito la serie precedente, produce insieme a Davis Films, all’etichetta Vertigo Entertainment guidata da Roy Lee e alle PlayStation Productions di Sony, con Columbia e TriStar alla distribuzione. Il budget dichiarato si aggira intorno ai settantacinque milioni di dollari, modesto per un tentpole di studio e generoso per un film così deliberatamente circoscritto.

Resident Evil di Zach Cregger arriva al cinema in Italia dal 17 settembre, sulla scia di un’ondata di aperture internazionali nei giorni circostanti, con il Giappone che rimanda la propria uscita a ottobre. Dura novanta minuti asciutti e porta con sé una sola promessa per una serie lunga due decenni: una nuova era del male, consegnata, non a caso, da un uomo che non aveva mai chiesto di esserne il corriere.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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