Cinema

Ravers (2018): la commedia horror britannica che trasforma la germofobia in strumento di sopravvivenza

Camille Lefèvre

Il cinema horror a basso budget, quando funziona, funziona per sottrazione: meno spazi, meno effetti, meno spiegazioni, e il terrore trova un’urgenza che i film più costosi faticano a costruire. Ravers di Bernhard Pucher opera esattamente in questo modo: una fabbrica dismessa, una rave illegale, una lattina di energy drink contaminata che trasforma gli ospiti in qualcosa che non è più umano.

Becky (Georgia Hirst) è una giornalista con una fobia debilitante per i germi. Arrivata alla rave per un pezzo che potrebbe rilanciarle la carriera, si trova invece nel centro esatto di una contaminazione di massa. Pucher sfrutta questa contraddizione con logica precisa: la persona meno adatta a sopravvivere in un ambiente caotico e sporco è anche quella più preparata, inconsciamente, a non toccare ciò che non deve toccare.

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Hirst porta al personaggio una fisicità che il genere raramente richiede — e ancora più raramente ottiene. Le sue reazioni compulsive alla sporcizia non sono trovate comiche ma stati d’essere, che la notte ridisegna a partire dall’esterno. Danny Kirrane come Ozzy garantisce il tono: mai troppo pesante, mai troppo leggero. Natasha Henstridge compare brevemente in un ruolo minore, con la classe di chi non ha bisogno di molto spazio.

Ravers (2018)
Ravers (2018) — Bernhard Pucher

La trovata più riuscita del film è la logica del sedativo musicale: le creature possono essere calmate dagli stessi bassi che le avevano eccitate. È una battuta sulla cultura rave che diventa, per qualche scena, un’idea formale vera. Pucher gira la fabbrica come uno spazio da risolvere geometricamente — porte-trappola, muri-perimetro, corridoi che definiscono sia il pericolo che la via di fuga.

Ravers non è un film che cerca di essere più di quello che è. Alcune gag non funzionano; il climax horror rimane su un livello di competenza senza slanci. Ma la premessa è pulita, la protagonista è convincente, e la coerenza interna del film non viene mai tradita. Per chi vuole horror di genere con una struttura più articolata della media, vale l’ora e mezza.

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