Cinema

Shining non fa paura: fa qualcosa di peggio, e non smette mai

Stanley Kubrick, 1980. Un capolavoro di geometria del terrore che sfida ogni spiegazione.
Martha O'Hara
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La carrellata aerea che apre Shining non ha nulla di rassicurante: Stanley Kubrick ci conduce attraverso le montagne rocciose del Colorado con la lentezza di chi sa di avere tutto il tempo, come se stesse disponendo i pezzi di una trappola, dove il paesaggio stesso è già il primo personaggio minaccioso. Quell’Overlook Hotel, con i suoi corridoi labirintici e la sua architettura che sembra respirare, non è solo uno sfondo: è una trappola per topi, una prigione di neve in cui Jack Torrance (Jack Nicholson) e la sua famiglia vengono lentamente consumati dalla solitudine e da qualcosa di molto peggio. Kubrick non si accontenta di raccontare un horror tradizionale; ogni piano sequenza, ogni carrellata lungo i tappeti rossi dell’hotel porta con sé il peso di una psiche che si sfalda.

La scelta più audace è proprio lì: trasformare l’isolamento in un mostro. Non ci sono jump scare, non c’è un antagonista tradizionale. Il vero orrore è Jack stesso, la sua lentezza nel cedere alla pazzia, il modo in cui Nicholson passa dal sorriso forzato del marito devoto all’espressione vuota dell’uomo che l’hotel ha già divorato dall’interno. È una performance costruita per sottrazione: man mano che Jack perde il controllo, Nicholson toglie, non aggiunge — e il risultato è agghiacciante. Shelley Duvall, con i suoi occhi sgranati e le risate isteriche, è la controparte perfetta: la sua Wendy non è una vittima passiva, ma un animale ferito che cerca disperatamente di proteggere suo figlio Danny (Danny Lloyd). La scena in cui brandisce una mazza da baseball contro Jack, con i capelli spettinati e il terrore stampato in faccia, è un momento di pura energia fisica, l’unico tentativo concreto di ribellione in questo mondo senza vie d’uscita.

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E poi c’è Danny. Il ragazzo dai poteri psichici viene spesso messo in secondo piano nei discorsi su Shining, ma la sua presenza è fondamentale. Il suo triciclo che corre lungo i corridoi, le visioni delle gemelle morte che lo fissano dal fondo del corridoio: Kubrick usa il suo personaggio per infondere un senso di meraviglia gotica al film, qualcosa che ricorda i racconti di Poe più che l’horror moderno. Danny non è solo uno spettatore privilegiato dell’orrore — è il catalizzatore emotivo del film, l’unica figura ancora integra in una famiglia che si disgrega.

Ma non tutto funziona senza attrito. La colonna sonora di Wendy Carlos e Rachel Elkind è un lavoro di assoluta personalità, ma a volte i suoi toni barocchi sembrano in contrasto con la narrazione spoglia di Kubrick, come se due film distinti cercassero di occupare lo stesso spazio. Kubrick si allontana consapevolmente dal romanzo di Stephen King, e questa libertà — che porta a un’opera più astratta e meno legata al soprannaturale esplicito — è anche la ragione per cui King stesso non ha mai nascosto le proprie riserve. C’è qualcosa di programmaticamente freddo in questa versione, una distanza che protegge Kubrick da ogni accusa di sentimentalismo ma che può tenere lo spettatore a debita distanza proprio nei momenti in cui il film vorrebbe stringere.

Shining non è solo un film sull’orrore. È un’opera sulla dualità umana, su come il male possa nascere dall’interno piuttosto che essere qualcosa di esterno. Kubrick gioca con i simboli — le gemelle morte, lo stemma dell’Overlook Hotel, persino la macchina da scrivere di Jack — e li dispone come indizi di qualcosa che non si spiega ma si sente, una logica più vicina all’incubo che alla narrativa tradizionale.

La fotografia di John Alcott non concede un solo spazio di fuga: quegli interni soffocanti, i colori che oscillano tra il lusso pacchiano della moquette rossa e il bianco glaciale del labirinto di siepi costruiscono un mondo visivamente coerente con il delirio che lo abita. Garrett Brown, operatore della Steadicam, contribuisce con movimenti di macchina che sembrano animati da una volontà propria — la telecamera che insegue Danny nei corridoi non è neutra: è già dalla parte del pericolo. E poi c’è il finale: Jack congelato nel labirinto di siepi, sorridente nonostante la morte imminente, mentre Danny e Wendy scappano. Un’immagine che rimane impressa, alla quale Kubrick si rifiuta di dare risposta, lasciando che il silenzio faccia da ultima battuta.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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