Cinema

Capone: Tom Hardy e il gangster che ha perso perfino i suoi crimini

Martha Lucas

Il cinema americano ha raccontato Al Capone molte volte — come incarnazione del potere criminale, come simbolo di un’epoca, come antagonista di Robert De Niro. Josh Trank sceglie l’angolazione che nessuno aveva ancora esplorato: l’anno finale, la demenza avanzata, la villa in Florida dove il gangster più famoso d’America trascorreva le giornate incapace di ricordare chi fosse, chi avesse ucciso, cosa avesse costruito. Capone è il film su ciò che rimane quando il mito non ha più qualcuno che lo sostenga.

Trank struttura il film quasi senza trama. Non ci sono rapine, non ci sono processi, non ci sono regolamenti di conti — la meccanica del gangster movie è sistematicamente assente. Al suo posto, una successione di scene di disfacimento cognitivo: Capone che vaga per la proprietà, che urla a personaggi che esistono solo nella sua mente, che spara un mitra d’oro contro gli alberi del giardino. Il regista filma le allucinazioni senza segnalarle visivamente, integrandole nel racconto senza soluzione di continuità. L’effetto è destabilizzante e non sempre risolto, ma è anche la scelta più onesta rispetto al materiale.

Tom Hardy è la ragione per cui il film funziona. Il suo Capone — soprannominato Fonzo dalla famiglia — è una costruzione fisica di precisione quasi clinica. La mascella cadente, lo sguardo che cerca un nome senza trovarlo, gli scatti di rabbia quando la mente perde il filo. Hardy non chiede compassione per il personaggio. Impone la nostra attenzione su di lui. Sono due cose molto diverse, e la seconda è molto più difficile da ottenere.

Il resto del cast orbita intorno a questa performance centrale con discrezione calibrata. Linda Cardellini offre una Mae Capone di silenzi pesanti — una donna che è rimasta attraverso tutto senza che il film decida per noi cosa pensare di questa fedeltà. Matt Dillon e Kyle MacLachlan completano un ensemble che lavora ai margini senza mai rubare spazio a ciò che Hardy sta costruendo al centro.

I problemi di Capone emergono nella seconda metà: le sequenze allucinatorie si accumulano senza sufficiente progressione drammatica, e il ritmo perde la sua presa proprio quando dovrebbe stringerla. Trank ha la visione, non sempre il controllo del tempo. Il film dura 103 minuti e ne mostra qualcuno di troppo.

Rimane, però, un film che vale la visione per la sua singolarità: un biopic criminale che rifiuta il mito e mostra al suo posto il crollo biologico. Che Tom Hardy lo faccia funzionare meglio di quanto la sceneggiatura meriti è, già di per sé, una ragione sufficiente.

Regia

Josh Trank

Josh Trank

Cast

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