Cinema

Challengers: un triangolo amoroso tra passione e tennis senza filtri

Martin Cid
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La prima inquadratura di Challengers indugia su una pallina da tennis che rimbalza tra due racchette: una metafora a cui Luca Guadagnino non rinuncia per quasi due ore e mezza. È un film sul servizio e volée dell’amore, dell’ambizione e del tradimento, in cui ogni partita diventa il riflesso dei giochi emotivi messi in scena dai tre protagonisti.

La premessa è semplice: Tashi (Zendaya), ex prodigio del tennis costretta a ritirarsi per un infortunio e diventata allenatrice, iscrive il marito Art (Mike Faist) a un torneo Challenger di scarso rilievo, per scuoterlo da un momento di crisi. La sorpresa? Il suo avversario è Patrick (Josh O’Connor), l’ex fidanzato di Tashi e un tempo il migliore amico di Art. Ne nasce un dramma che salta avanti e indietro nel tempo, tra il 2006, il 2007, il 2010 e il 2011, ricostruendo la storia intricata di questo triangolo amoroso.

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Guadagnino, noto per film sensuali e visivamente sontuosi come Call Me by Your Name, porta sul campo da tennis il suo stile inconfondibile. Le partite sono girate con un’energia travolgente, capace di trasformare anche gli scambi più ordinari in scontri all’ultimo respiro. La fotografia di Sayombhu Mukdeeprom è uno dei punti di forza: primi piani serrati e carrellate fluide ci immergono nel sudore e nella tensione del gioco. Una sequenza particolarmente folgorante, durante la finale di New Rochelle, accosta al rallentatore e in split screen i movimenti dei giocatori ai loro stati d’animo: un virtuosismo tecnico che arricchisce il linguaggio visivo del film.

È nelle interpretazioni che Challengers dà il meglio di sé. Zendaya è magnetica nei panni di Tashi e passa con disinvoltura dalla vulnerabilità alla spietatezza. La sua intesa con Faist e O’Connor sprigiona scintille sullo schermo e rende tangibile la complessità dei loro rapporti. Il ritratto di Tashi offerto da Zendaya è una lezione di recitazione fisica sottile: il suo modo di muoversi cambia radicalmente a seconda di chi ha davanti — sicura e autoritaria con Art, giocosa e provocatoria con Patrick, guardinga e sulla difensiva quando è sola. È un’interpretazione ricca di sfumature che fa da perno al film e gli dà un centro emotivo capace di ancorare gli aspetti più esuberanti della regia di Guadagnino.

Faist, in particolare, offre un’interpretazione di grande rilievo nel ruolo di Art, cogliendo la spavalderia e l’insicurezza di un uomo sul punto di raggiungere la grandezza. La trasformazione fisica nel corso del film — da adolescente allampanato a professionista dalla muscolatura imponente — è notevole, ma a colpire davvero è la sua capacità di restituire il tormento interiore di Art. In una scena di grande intensità, Faist interpreta il crollo del personaggio dopo una partita con una forza ruvida: la voce gli si spezza mentre urla contro un cuscino. Un momento che mette in luce la riflessione del film sulla mascolinità e sulla vulnerabilità.

O’Connor, dal canto suo, imprime a Patrick un’intensità sommessa; il risentimento e il desiderio del personaggio ribollono appena sotto la superficie. La sua prova è misurata ma potente, soprattutto nelle scene in cui Patrick si confronta con i sentimenti per Tashi e con la complicata amicizia che lo lega ad Art. Tra i momenti più riusciti c’è una conversazione tesa tra Patrick e Tashi, in cui una sola battuta pronunciata da O’Connor — «Volevo solo che fossi felice» — rivela molto delle emozioni irrisolte del personaggio.

Nonostante i suoi pregi, però, Challengers inciampa nel ritmo e nella struttura. I salti temporali, inizialmente intriganti, con il procedere del film cominciano a sembrare un espediente fine a sé stesso. Alcuni passaggi sono così bruschi da spezzare il flusso narrativo e rendere difficile restare coinvolti nei momenti emotivamente più intensi. Anche la durata avrebbe bisogno di qualche sforbiciata: in certe scene la metafora e il simbolismo prendono troppo spazio, frenando il racconto.

La sceneggiatura di Justin Kuritzkes è ambiziosa, ma discontinua. Affronta temi come l’amore, l’ambizione e il prezzo del successo, a tratti con mano pesante, ricorrendo a dialoghi carichi di spiegazioni che sembrano più un esercizio di scrittura che una conversazione naturale. È convincente la riflessione del film sulle dinamiche di genere nello sport, soprattutto nel modo in cui racconta la fatica di Tashi nel farsi prendere sul serio come allenatrice in un ambiente dominato dagli uomini. A volte, però, queste intuizioni restano sepolte sotto strati di melodramma.

Ciò non toglie che il cuore emotivo del film sia innegabile. Il triangolo amoroso al centro della storia è intricato e pieno di contraddizioni, proprio come il continuo scambio di colpi in una partita di tennis. L’atto finale, ambientato durante il Challenger di New Rochelle, offre una conclusione appagante: ogni personaggio è costretto a fare i conti a viso aperto con i propri desideri e le proprie mancanze.

Challengers non è soltanto un film sul tennis: parla della passione in tutte le sue forme, romantica, agonistica e creativa. La regia di Guadagnino è inconfondibile e riempie ogni inquadratura di desiderio e intensità, come l’odore dell’erba appena tagliata in una giornata d’estate. Notevole anche l’uso della musica: la colonna sonora, premiata come miglior colonna sonora originale all’82ª edizione dei Golden Globe Awards, accompagna i passaggi emotivi senza mai sovrastarli.

Il film guadagna anche dalla sua attenzione all’autenticità. Zendaya, O’Connor e Faist si sono allenati per mesi con Brad Gilbert, ex tennista e allenatore, in vista dei rispettivi ruoli, e il risultato si vede. Gli attori si muovono con la grazia e la precisione di giocatori esperti, dando maggiore credibilità alle scene in campo.

Challengers saprà conquistare soprattutto chi apprezza i ritratti complessi dei personaggi ed è disposto a misurarsi con la profondità dei temi affrontati. Non è un film pensato per mettere d’accordo tutti nel senso tradizionale: qui non ci sono risposte facili né soluzioni ordinate. È invece un’esplorazione provocatoria della condizione umana, travestita da dramma sportivo.

In definitiva, Challengers è un film imperfetto ma affascinante, che osa e per lo più riesce nel suo intento. Una dimostrazione della forza di interpretazioni solide e di una regia audace, anche quando la sceneggiatura inciampa.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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