Cinema

Timothée Chalamet insegue la gloria nel ping-pong di Josh Safdie in Marty Supreme

Martha Lucas

Marty Mauser vuole essere il migliore al mondo in un gioco che i più collocano da qualche parte tra le freccette e il biliardo da bar. Quell’ambizione, e il suo rifiuto di lasciare che qualcun altro ne fissi il tetto, è l’intero motore di Marty Supreme. Josh Safdie costruisce il film attorno a un giocatore d’azzardo del tennistavolo nella New York di metà secolo che tratta un tavolo pieghevole come l’arena in cui si deciderà tutta la sua vita, e prende sul serio la piccolezza di quell’arena invece di farne una battuta.

Safdie e il co-sceneggiatore Ronald Bronstein costruiscono il personaggio come un atto di volontà prolungato, un uomo che parla, trama e corre per superare ogni porta che gli è stata chiusa. La sceneggiatura si ispira liberamente al vero campione di tennistavolo Marty Reisman, ma le interessa meno il dato storico che la consistenza del desiderio incessante. Funziona come un monologo dilatato fino alla durata di un lungometraggio, dove ogni scambio sostituisce un’argomentazione che Marty non può vincere in altro modo.

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Scegliere Timothée Chalamet è l’argomento centrale su che tipo di storia sia questa. Interpreta Marty come movimento quasi continuo, una prova fatta di parlantina, schivate, irrequietezza fisica e un sorriso che firma assegni che il resto di lui non può coprire. Gwyneth Paltrow compare come attrice di cinema sul viale del tramonto che smaschera la recita e ne resta comunque attratta, offrendo l’unica relazione tra qualcosa di simile a dei pari. Il musicista Tyler, the Creator spunta come faccendiere ai margini del mondo della truffa, e il cast funziona meno come un elenco di nomi che come un insieme di superfici contro cui Marty rimbalza.

Marty Supreme è il primo lungometraggio che Safdie dirige senza il fratello Benny, e chiarisce quanto della firma condivisa dei fratelli fosse già sua. C’è il montaggio dal ritmo di panico, la vicinanza della macchina a mano e la sensazione che la macchina da presa stessa sia senza fiato. Il film appartiene al ciclo dei protagonisti angosciati che attraversava la sua opera precedente, il gioielliere finito nei guai, i fratelli che improvvisano un’unica notte catastrofica, solo che qui la disperazione è aspirazionale e non messa alle strette. Marty non fugge da un debito: corre verso un trofeo che quasi nessun altro ritiene valga la rincorsa.

Il film è anche una prova di quanta avidità uno spettatore riesca a reggere. Per due ore e mezza chiede di restare partecipi di un uomo il cui tratto distintivo è che non si ferma mai, e non risolve del tutto la tensione tra biografia e invenzione. Mauser è il nome fittizio di un giocatore reale, il che permette alla sceneggiatura di aggirare la domanda su quanto di tutto questo sia davvero accaduto. I comprimari pagano quella monomania, e diversi interpreti validi restano texture attorno a un ritratto che ha occhi solo per il suo protagonista.

Accanto a Chalamet e Paltrow, il cast comprende Odessa A’zion, Fran Drescher, il cineasta Abel Ferrara e l’imprenditore Kevin O’Leary. Safdie dirige a partire dalla sceneggiatura scritta con Bronstein, e A24 produce e distribuisce. Il film dura 150 minuti. Marty Supreme è arrivato nelle sale italiane il 22 gennaio, una tappa di un percorso internazionale avviato da un’uscita natalizia negli Stati Uniti; da allora è diventato il film di maggior incasso di A24, ha vinto un Golden Globe e ottenuto una candidatura agli Oscar.

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