Cinema

‘Prima della guerra’ vince la Settimana della Critica di Venezia: Usberti e il codice maschile prima della violenza

Martha Lucas

Esiste un tipo di film che scambia il volume per serietà – che crede che il modo per denunciare la violenza maschile sia metterla in scena, rumorosamente, e sfidarti a distogliere lo sguardo. Tommaso Usberti ha fatto quasi l’opposto. ‘Before the War’, opera prima del regista italo-francese, mantiene la promessa del suo titolo: vive nel prima, nel clima ordinario di una città di provincia dove un giovane impara che il rispetto è qualcosa che si conquista con i pugni. Che la giuria della Settimana Internazionale della Critica di Venezia gli abbia assegnato il massimo premio della sezione sembra meno una sorpresa e più una correzione – la moderazione premiata sullo spettacolo.

Il percorso di Usberti verso quel palco è di per sé un argomento silenzioso a favore del cinema paziente. Italiano d’origine e parigino d’adozione, è arrivato al Lido non come un enfant prodige ma come un regista che ha girato intorno a questo materiale per gran parte di un decennio. Il suo cortometraggio ‘Deux égarés sont morts’ ha vinto un premio Cinéfondation a Cannes; è seguita una residenza a Parigi; e solo ora pianta una bandiera a lungometraggio. La pazienza si vede. Non è un debutto che si annuncia – si accumula.

La storia appartiene a Guido, interpretato da Piero Usberti: un uomo sulla ventina che si è reso leggibile ai suoi coetanei nell’unico modo che il clima razzista e machista intorno a lui sembra premiare – attraverso la violenza. Poi incontra Sonia, un’immigrata kosovara interpretata da Luàna Bajrami, di ‘Ritratto della giovane in fiamme’, e la grammatica del suo mondo comincia a vacillare. La decisione più intelligente di Usberti è rifiutare la forma consueta dell’arco di redenzione. Sonia non è una lezione e l’incontro non è una cura; ciò che il film traccia è più sottile – il momento in cui una lingua appresa smette di adattarsi alla bocca che la parla.

Sarebbe facile archiviarlo nello scaffale affollato della stagione dei drammi sulla ‘mascolinità tossica’, quelli che arrivano a un festival già pre-approvati dal loro argomento. ‘Before the War’ si guadagna il suo posto interessandosi alla causa piuttosto che al sintomo – all’apprendistato, al branco, al codice che un ragazzo eredita prima che qualcuno gli offra un motivo per metterlo in discussione. La guerra del titolo non è un campo di battaglia. È ciò a cui un certo tipo di virilità si sta sempre, silenziosamente, preparando.

La Settimana della Critica, vetrina parallela di Venezia per opere prime, ha messo Usberti contro altri sei lavori d’esordio – dalla Colombia, Tunisia, Brasile, India e Cina – e ha scelto il suo. Una coproduzione Francia-Italia girata in italiano e albanese, della durata di appena settantasei minuti, ora porta con sé l’unico titolo che il biglietto da visita di un giovane regista non può comprare: un premio di Venezia con il suo nome sopra. Il IWONDERFULL Grand Prize della sezione è accompagnato da un assegno modesto, sufficiente per una buona cena al Lido e poco più.

Ma la frase che quell’assegno compra – opera prima, massimo premio, Venezia – è l’unica riga che viaggerà con il volto di Guido su ogni poster d’ora in poi. Per un regista che ha passato anni a imparare ad aspettare, è una ricompensa stranamente appropriata: la ricompensa, finalmente, per tutto ciò che è venuto prima.

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