Cinema

«DAU» sbarca in concorso a Venezia e Barbera difende la Mostra dagli attacchi di Kiev

Camille Lefèvre

C’è un film, nel concorso dell’83ª Mostra di Venezia, che mette alla prova non una giuria ma la Biennale stessa: DAU, di Ilya Khrzhanovsky, arriva in Sala Grande dopo quasi vent’anni di lavorazione e in mezzo a una tempesta diplomatica. A poche ore dalla proiezione, i ministeri degli Esteri e della Cultura ucraini, con l’ambasciata di Kiev in Italia, hanno chiesto conto della sua presenza in concorso, definendolo «un progetto legato allo Stato russo e alle sue reti d’influenza» e avvertendo che offrirgli una delle vetrine culturali più prestigiose del mondo «manda un segnale profondamente preoccupante.»

Il direttore artistico Alberto Barbera non ha fatto un passo indietro. DAU, ha risposto, «non è un film russo» ma «un film che denuncia i regimi totalitari e la loro intrusione nella vita dei cittadini per limitarne la libertà»; e ha bollato la campagna contro l’invito come «un atto meschino e inaccettabile» costruito su «false premesse e sulla manipolazione della realtà.» È una difesa che chiama in causa il principio stesso su cui la Mostra ha impostato questa edizione: separare l’opera dall’apparato che l’ha prodotta.

Il centro della contestazione ha un nome e un volto: Teodor Currentzis, il direttore d’orchestra greco — da anni al centro di polemiche per i finanziamenti russi dei suoi complessi — che qui è protagonista assoluto. Interpreta un fisico che vive nell’Unione Sovietica dal 1928 al 1968 e che, passo dopo passo, mette il proprio genio al servizio dello Stato che costruisce l’arma più letale della storia. Khrzhanovsky, interpellato, non si è sottratto: ha detto di augurarsi soltanto «pace e successo al governo ucraino… perché salvi il Paese e vinca questa guerra.»

Per capire cosa si vede in sala bisogna sapere cosa è stato costruito per girarlo. Il progetto prende nome dal fisico sovietico Lev Landau, «Dau» per chi gli stava intorno; tra il 2009 e il 2011 Khrzhanovsky ricostruì a grandezza naturale un istituto di ricerca sovietico a Charkiv e vi fece vivere per mesi centinaia di partecipanti, in abiti e regole d’epoca. Da quella lavorazione monstre sono usciti una quindicina tra film e serie: uno di essi, DAU. Natasha, portò a casa un Orso d’argento dalla Berlinale 2020. A Venezia il progetto si presenta, per la prima volta, come un unico film in gara.

La posta, dunque, è doppia: un’opera-mondo che pochi registi oserebbero anche solo concepire, e un caso che obbliga il festival a dire fin dove arriva la libertà di programmazione. DAU concorre per il Leone d’Oro, assegnato il 12 settembre dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Qualunque sia il verdetto, il film dividerà la sala — e, vista la settimana, la discussione fuori potrebbe pesare più di quella dentro.

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