Cinema

Zvjagincev torna sulla Croisette dall’esilio e conquista il Grand Prix con Minotauro

Martha O'Hara

La domanda posta dal ritorno di Andrej Zvjagincev era se un cineasta russo che lavora in esilio potesse ancora puntare la macchina da presa sul proprio Paese con la freddezza esatta che lo ha reso celebre, o se la distanza l’avrebbe smussata. Minotauro, che ha vinto il Grand Prix, risponde che la precisione è intatta. Il regista ha montato il suo ritorno dopo una malattia che, per sua stessa ammissione, lo ha lasciato consapevole che la luce può spegnersi in qualsiasi istante — e il film porta questa vicinanza alla fine delle cose in ogni inquadratura.

Lo costruisce su un’ossatura presa in prestito. Minotauro rielabora l’impianto de La donna infedele di Claude Chabrol: una storia di tradimento coniugale spostata in una città della Russia di provincia, mentre un dirigente sul punto di licenziare i dipendenti scopre l’infedeltà della moglie. L’adulterio è la superficie. Sotto, il film parla del potere e di ciò che fa a un uomo che lo sente sfuggire, e la crisi privata continua a sconfinare in quella pubblica finché le due formano un unico ritratto di una società che marcisce dal vertice in giù.

La critica lo ha collocato vicino alla vetta del concorso — secondo sul grid della giuria di Screen International — e la prima ha raccolto otto minuti di ovazione, quella risposta prolungata che vale come verdetto prima che voti qualsiasi giuria. La colonna sonora ha vinto il Cannes Soundtrack Award, dettaglio che dice quanto dell’inquietudine del film sia costruito col suono più che con l’evento. Dmitriy Mazurov, Iris Lebedeva e Boris Kudrin reggono il triangolo domestico dentro cui si nasconde la favola politica.

Il premio si inserisce in una carriera che ruota proprio attorno a questo tema. Zvjagincev ha costruito due candidature all’Oscar su Leviathan e Loveless, due anatomie di istituzioni russe che stritolano le persone al loro interno, e Minotauro prolunga quel progetto da una posizione che in patria non può più occupare. Un regista che sezionava lo Stato dall’interno ora lo fa dall’esterno, e il film non finge mai che quel punto di vista sia neutrale.

Ciò che non può fare è misurarsi con il pubblico di cui parla di più. Minotauro non sarà proiettato liberamente nel Paese che seziona, e quell’assenza è la tensione irrisolta del film: un ritratto della Russia fatto per tutti tranne che per i russi che vi stanno dentro. Il Grand Prix gli dà una tribuna; non può dargli gli spettatori che, a un certo livello, era stato costruito per raggiungere.

La strada davanti è quella, dal festival alla sala d’essai, che Zvjagincev conosce bene, ora amplificata da un grande premio cannese e da una mappa distributiva che copre Francia, Lettonia e Germania. L’opera viaggia; se raggiungerà infine il pubblico che vi si riconoscerebbe è la domanda che l’uscita lascia aperta, e quella che il regista ha evidentemente accettato di porre più che di risolvere.

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