Cinema

La spina del diavolo è il film di Del Toro più spietato e più politico — un horror che denuncia invece di spaventare

Guillermo del Toro, 2001 — un orfanotrofio durante la Guerra civile spagnola, dove il vero mostro è tra i vivi.
Martha O'Hara
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La prima immagine de La spina del diavolo non è una comparsa spettrale né un grido: è una voce fuori campo che interroga la natura dei fantasmi. Cosa sono – dolore cristallizzato nelle pietre? Un’emozione che persiste nell’aria come una carica senza scarica? Guillermo del Toro pone la domanda e poi dedica l’intera durata del film a risponderle per via di immagini.

Siamo nel 1939, in un orfanotrofio repubblicano da qualche parte nella Spagna dilaniata dalla guerra civile. Carlos, dodicenne affidato alla struttura da due combattenti lealisti, arriva in un luogo sospeso tra il reale e il perduto: nel cortile c’è una bomba inesplosa che non ha mai detonato, e nei corridoi si aggira qualcosa di più antico della paura. Il film non ha fretta di spiegare. Del Toro lascia che l’atmosfera si depositi prima ancora che la trama avanzi – una scelta che rivela molto della sua concezione del cinema di genere.

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La fotografia è tutt’altro che austera. I toni caldi degli interni – un giallo senape, un ocra quasi materico – si scontrano con i blu gelidi delle sequenze notturne, e questo contrasto cromatico non è decorativo. Separa visivamente il mondo dei bambini, ancora raggiunto da qualche calore, da quello degli adulti che li circondano, già prosciugato. Carlos e i suoi compagni abitano una luce diversa da quella di Jacinto.

Jacinto (Eduardo Noriega) è il centro di gravità del film, anche se Carlos ne è il punto di vista narrativo. Noriega lavora con la superficie – giovane, atletico, sorridente – e fa emergere il vuoto che nasconde sotto. È un antagonista costruito sul cinismo puro: un ex orfano che ha imparato a non credere in nulla, la cui violenza finale non sorprende chi lo ha osservato con attenzione. Noriega riesce nell’impresa difficile di renderlo comprensibile senza renderlo tollerabile.

Federico Luppi porta in Casares la qualità più rara del film: la fragilità come dignità. Il dottore è un uomo che ha creduto nella Repubblica, che ama Carmen (Marisa Paredes) senza poterlo dire, che si prende cura dei ragazzi con una premura che sa già di addio. Luppi trova per ognuna di queste stratificazioni una postura diversa; è raro che un film di genere offra spazio per una recitazione così precisa. Paredes costruisce Carmen come una donna che ha scelto la causa sopra qualsiasi costo personale – un’idea che il film non giudica, ma mostra con attenzione.

Il giovane Fernando Tielve, al suo debutto cinematografico, regge il centro con una naturalezza che avrebbe potuto essere soffocata dalla pressione del materiale. La sua scena con il fantasma di Santi – pallido, con una ferita alla testa che sanguina in un filo sottile e costante – è il momento in cui il film chiarisce le sue intenzioni: Santi non è lì per spaventare, ma per essere testimoniato. Questo sposta il registro rispetto all’horror convenzionale. Lo spettatore non ha paura del fantasma; ha paura per lui.

Dove il film mostra qualche incertezza è nella gestione del gruppo dei ragazzi come insieme. Alcuni personaggi secondari restano bozzetti funzionali alla trama, privi dello spessore che il materiale avrebbe meritato. I dialoghi tra bambini oscillano tra il credibile e il troppo carico di intenzione simbolica, come se del Toro non riuscisse sempre a decidere se parlare attraverso di loro o lasciar loro la parola.

La spina del diavolo è uscito nel 2001, prima di Hellboy e de Il labirinto del fauno. In retrospettiva è chiaramente il testo fondante della filmografia di del Toro: è qui che elabora per la prima volta la sua grammatica visiva – il fantastico come lingua del trauma, i bambini come testimoni involontari della storia, i mostri umani più pericolosi di quelli soprannaturali. La bomba inesplosa nel cortile – quella minaccia congelata, quella violenza tenuta in sospeso – è il simbolo più nitido di questa poetica. Un film che non evita il passato perché sa che i fantasmi, comunque, lo abitano.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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