Cinema

Jumbo ha battuto tutti i record indonesiani, ora sfida una sala spagnola

Martha O'Hara

Un bambino dal viso tondo si pianta in mezzo a una strada scaldata dal sole e solleva sopra la testa un libro illustrato di favole, come fosse un trofeo, mentre due amici lo tirano per le maniche. L’immagine è luminosa, lavorata a mano, inconfondibilmente artigianale, e racchiude l’intera promessa di Jumbo, un lungometraggio animato indonesiano che segue un orfano solitario di nome Don, custode di un libro di fiabe ereditato dai genitori come se fosse l’ultima cosa calda rimasta nella sua vita.

È lo sguardo, non la trama, a fare l’argomento. Ogni superficie di Jumbo, dalla vernice scrostata di una piccola cittadina costiera alla polvere sospesa nella luce del pomeriggio, fino al peso morbido dei volti dei personaggi, è stata costruita da zero da uno studio nato in casa: oltre quattrocento animatori e tecnici che hanno lavorato per quasi un lustro per ottenere qualcosa capace di reggere lo schermo accanto ai cartoni americani che affollano lo stesso multiplex. In patria quell’ambizione ha pagato su una scala mai vista prima da quelle parti. Il film è diventato il titolo più incassato mai prodotto dall’Indonesia e la più grande uscita d’animazione che il Sud-est asiatico abbia mai portato in sala.

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Il cast di voci dice subito che tipo di film voglia essere. Don è affidato a Prince Poetiray, un giovane interprete chiamato a reggere un intero lungometraggio sul filo sottile che separa la commedia dal lutto, mentre il resto del doppiaggio si appoggia a nomi di cui le famiglie indonesiane già si fidano, tra cui il cantante Ariel della band NOAH e l’attrice e cantante Bunga Citra Lestari. È il casting di una scommessa commerciale, pensata per tutte le fasce d’età, non di un esperimento d’autore. Attorno a Don, gli amici Mae e Nurman e un piccolo fantasma di nome Meri sono doppiati soprattutto da giovani interpreti, così da tenere il registro vicino all’età dei bambini per cui il film è stato pensato.

Dietro tutto questo c’è Ryan Adriandhy, comico da stand-up e volto nato in rete che si siede per la prima volta sulla sedia del regista di un lungometraggio. Il salto è reale, dalle brevi gag comiche a un dramma animato di lunga durata che parla di perdita, e il film porta apertamente su di sé questa ambizione. Adriandhy, che ha firmato la sceneggiatura insieme a Widya Arifianti, costruisce la storia attorno al folklore indonesiano e alla mitologia privata di un bambino invece di importare uno schema hollywoodiano, e proprio questa scelta è la ragione per cui il film si sente locale e non la copia di qualcos’altro.

A tenere insieme il tutto è il libro. Le fiabe ereditate da Don filtrano nella tavolozza del film, rossi caldi e ori del crepuscolo, un libro di favole dentro la storia che permette agli animatori di lasciare la cittadina naturalistica per qualcosa di più pittorico ogni volta che il bambino si rifugia nell’immaginazione. Il lutto scorre sotto ogni cosa. Don ha perso i genitori, e il film torna di continuo al dolore di essere piccolo e trascurato, di essere sottovalutato per la propria stazza, senza però lasciare che il sentimento scivoli nella lezione morale. L’amicizia che lo riporta fuori, la nonna, Mae e Nurman, e un fantasma con una faccenda irrisolta tutta sua, è il motore della vicenda, mentre il mondo visivo si fa carico gran parte del peso emotivo.

Sono i numeri la vera ragione per cui il film sta girando il mondo. In patria ha attirato pubblico a milioni e ha superato negli incassi ogni titolo locale che l’aveva preceduto, poi ha avviato un’uscita internazionale scaglionata, attraverso Russia, Turchia, Vietnam, Taiwan, Malaysia e una lunga fila di altri mercati, che ha trasformato una storia di successo nazionale in un prodotto d’esportazione. È seguito un accordo globale per lo streaming, che ha messo il film davanti a spettatori che non avevano mai sentito nominare il suo studio. La programmazione nelle sale spagnole si colloca alla coda di questa campagna, ed è una delle poche uscite in una sala occidentale che un’animazione indonesiana contemporanea sia mai riuscita a ottenere.

Nulla di tutto ciò garantisce che il film sappia viaggiare. Jumbo è stato calibrato su un pubblico indonesiano, distribuito in coincidenza con l’Eid, intriso di modi di dire locali e di un orgoglio nazionale molto preciso nel vedere un blockbuster fatto in casa superare i giganti importati, e un pubblico da multiplex spagnolo, cresciuto a Pixar e DreamWorks, arriva senza nulla di quel contesto. Il sentimento che a casa ha funzionato come catarsi rischia di leggersi come zuccheroso all’estero, e l’ostacolo più grande del film in Spagna potrebbe non riguardare affatto la sua qualità. È infatti già disponibile in streaming, doppiato e sottotitolato, su una piattaforma globale da mesi, il che apre una domanda evidente su chi comprerà ancora un biglietto.

Don in a street scene from the animated film Jumbo, 2025
Don in Jumbo (2025)

Gli interpreti accreditati sono Prince Poetiray nel ruolo di Don, con Quinn Salman, Graciella Abigail, M. Yusuf Ozkan e Muhammad Adhiyat a completare il giovane ensemble. Jumbo è prodotto da Visinema Studios insieme a Springboard Entertainment e Anami Films, scritto da Adriandhy e Arifianti, e dura centodue minuti, molti per un film per bambini e un segnale di quanta storia stia cercando di portare con sé.

In Italia, al momento, non è confermata alcuna uscita nelle sale, mentre il film resta disponibile in tutto il mondo su Netflix. La prossima tappa è la Spagna, dove Jumbo arriva al cinema il 24 luglio 2026, una prima in sala che cade a oltre un anno dalla corsa da record in patria e a circa sette mesi dall’approdo su Netflix a livello globale. Per chi ha mancato l’uscita in streaming, o semplicemente vuole vedere un mondo animato costruito a mano nella scala che i suoi autori avevano immaginato, il grande schermo è forse il luogo a cui apparteneva fin dall’inizio.

Cast

  • Quinn Salman — Meri (voice)
  • Graciella Abigail — Mae (voice)
  • M. Yusuf Ozkan — Nurman (voice)
  • M. Adhiyat — Atta (voice)

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