Cinema

Sally Hawkins trasforma in minaccia la dolcezza di una madre affidataria

Molly Se-kyung

Un fratello e la sorella ipovedente arrivano a casa di una sconosciuta con nulla addosso se non l’uno l’altra e le scartoffie di un’assistente sociale. La donna che li accoglie è gentile, quasi troppo gentile, e sta già crescendo un bambino silenzioso che non parla e quasi non mangia. «Bring Her Back – Torna da me», secondo lungometraggio di Danny e Michael Philippou, colloca il suo orrore dentro quell’assetto: non una casa infestata, ma una famiglia, e l’aritmetica silenziosa di chi è desiderato e chi è soltanto utile.

Il film tratta il dolore come qualcosa che si può azionare. Laura, la madre affidataria, ha perso un figlio suo, e la casa che gestisce è meno un rifugio che un dispositivo, un luogo organizzato attorno a un desiderio che non ha alcuna intenzione di spiegare. Il bambino silenzioso era qui prima che arrivassero i fratelli, e il film non lascia mai dimenticare allo spettatore che quella casa funzionava secondo una sua logica molto prima che i servizi sociali vi consegnassero altri due figli. I fratelli Philippou trattengono il meccanismo il più a lungo possibile, lasciando che il pubblico avverta la stortura delle stanze prima che qualcuno la nomini, così che la rivelazione finale arrivi come conferma più che come shock.

YouTube video

Affidare a Sally Hawkins il ruolo di Laura è l’argomento centrale del film. Hawkins ha costruito una carriera su personaggi la cui decenza è tutto il punto: la donna delle pulizie muta che ama una creatura, l’inguaribilmente speranzosa Poppy, le madri e le zie miti delle saghe per famiglie. «Bring Her Back – Torna da me» spende quella benevolenza di proposito. Il suo calore non è una maschera che il film strappa via; è il sistema di consegna. L’interpretazione mantiene Laura simpatetica ben oltre il punto in cui la trama ha smesso di meritarlo, ed è esattamente il disagio che i registi cercano: è la ragione per cui la crudeltà, quando arriva, si legge come tradimento e non come spettacolo.

I fratelli Philippou venivano da un canale YouTube di stunt e sono esplosi con Talk to Me, un film costruito attorno a un singolo oggetto grottesco: una mano imbalsamata che permetteva ad alcuni adolescenti di invitare i morti dentro il proprio corpo per pochi secondi alla volta. Quell’esordio funzionava perché le regole erano concrete e le conseguenze fisiche. «Bring Her Back – Torna da me» conserva il metodo e abbandona il trucco. Stavolta non c’è un dispositivo condivisibile, nessun gioco di società che un ufficio marketing possa ritagliare in clip; l’orrore è procedurale e domestico, cosa più difficile da sostenere e più rischiosa da vendere.

Ciò attorno a cui i fratelli girano è un dolore che si rifiuta di restare privato. La perdita di Laura non la ammorbidisce; smista chiunque le stia attorno in ruoli, e i bambini diventano materiale per un progetto che nessuno di loro ha accettato. Andy intuisce per primo il pericolo e per questo non viene creduto, la posizione che il genere riserva a chi ha meno possibilità di andarsene. La sorella Piper, ipovedente, è chiamata a fidarsi di una casa che non può vedere del tutto. Un motivo ricorrente, un cerchio rozzo graffiato e dipinto attorno alla proprietà, funziona insieme come abbreviazione occulta e come tesi senza giri di parole. È un anello chiuso, e qualcuno deve restarci dentro perché l’anello si completi.

Il film è arrivato dentro la corsia horror di A24 con il tipo di posizionamento che lo studio ha imparato a fabbricare: forti riscontri iniziali, il tamburo del miglior horror dell’anno sulla stampa di settore, i Philippou trattati all’improvviso come un marchio e non come una novità. Quell’accoglienza conta meno per ciò che afferma che per ciò che segnala. I distributori si fidano ormai dei fratelli per aprire un film sul solo tono, senza un gancio ad alto concetto da stampare su un manifesto, e il lancio internazionale è la prova del fatto che quella fiducia viaggi fino a mercati dove l’esordio aveva inciso a malapena.

Ciò che «Bring Her Back – Torna da me» rifiuta di fare è spiegarsi, e questo dividerà il pubblico. La logica rituale resta deliberatamente in penombra; al film interessa più la grana di una famiglia che si sfalda che una mitologia pulita che lo spettatore possa rimontare lungo la strada di casa. Chi voleva la macchina serrata e governata da regole dell’esordio dei registi potrebbe trovare questo film reticente fino all’eccesso. La sottrazione è una scelta voluta, e baratta la catarsi con l’angoscia senza fingere che lo scambio sia gratis.

Sally Hawkins as Laura in the horror film Bring Her Back released in 2025
Sally Hawkins in Bring Her Back (2025)

Hawkins guida come Laura, con Billy Barratt nei panni di Andy e l’esordiente Sora Wong in quelli di Piper, la cui vista parziale il film usa come qualcosa di più di un espediente narrativo; Jonah Wren Phillips interpreta Oliver, il bambino silenzioso di cui la storia non rende mai pienamente conto finché non è costretta. Danny Philippou ha scritto la sceneggiatura con Bill Hinzman. A24 ha prodotto insieme a Causeway Films e alla South Australian Film Corporation, la stessa base regionale che aveva sostenuto il primo film dei registi.

«Bring Her Back – Torna da me» dura 104 minuti. È uscito nelle sale italiane il 30 luglio e resta nelle programmazioni di chi lo recupera, dopo aver attraversato gran parte dei mercati internazionali. È il tipo di secondo film che ti dice se un regista di horror ha un metodo o se aveva semplicemente avuto una buona idea: e su questa prova, i Philippou un metodo ce l’hanno.

Cast

  • Mischa Heywood — Cathy

Tag: , , , , ,

Discussione

Ci sono 0 commenti.