Cinema

Bouchra, l’animazione di Bennani e Barki nata da telefonate tra New York e Casablanca

Martha Lucas

Una sciacalla marocchina e queer, sistemata in un piccolo appartamento di New York, si arena sul primo film che prova a scrivere, alza la cornetta e chiama sua madre a Casablanca. Quella telefonata, e tutte quelle che seguono, girano intorno a ciò che le due donne non sono mai riuscite a dirsi, ed è da questa conversazione sempre interrotta che Bouchra trae la sua forza. L’animale sullo schermo è un disegno. Ciò che lo abita non lo è.

Meriem Bennani e Orian Barki, che firmano insieme la regia, lavorano da tempo a una forma che ancora si rifiutano di nominare troppo in fretta: un documentario animato, o docufiction, in cui personaggi antropomorfi dalla resa fotorealistica attraversano una città riconoscibile mentre il suono che li sorregge è attinto, in parte, dalla vita reale. Bouchra, a cui Bennani presta la voce, è una versione appena mascherata della regista stessa, un’artista alle prese con un progetto autobiografico sull’unica relazione che non può aggirare scrivendo.

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È nella distribuzione delle voci che il film dichiara il suo metodo. Bennani doppia il proprio alter ego, così che interprete e persona si confondono di proposito; la madre, Aïcha, è sorretta da altre voci, tra cui quella dell’artista Yto Barrada, e non dalla donna reale, il che tiene gli scambi più intimi a distanza calcolata. Ciò che suona come un ascolto rubato è in realtà messo in scena, ridetto, rielaborato. Questo scarto tra una conversazione vissuta e la sua interpretazione è l’argomento del film in miniatura: certe cose si dicono solo una volta riscritte.

La coppia è arrivata qui per una via insolita. La loro serie precedente, 2 Lizards, girata durante il lockdown che aveva svuotato New York, seguiva due animali di sintesi in una città immobile con la disinvoltura di un diario; è stata acquisita dal Museum of Modern Art e dal Whitney, il che dice il registro in cui lavorano. Bouchra è nato su commissione della Fondazione Prada, a Milano, dove è stato mostrato dapprima con il titolo For Aicha nell’ambito della mostra For My Best Family, prima di essere rimontato e ribattezzato per il suo percorso nei festival.

L’animazione svolge qui un lavoro preciso, non è decorazione. Trasformare Bennani in una sciacalla, e collocare questi personaggi animati su strade reali filmate a Casablanca e nel sud di Manhattan, permette al film di osservare una trattativa intorno al coming out che una macchina da presa dal vero avrebbe reso quasi insostenibile. La distanza offerta dal disegno è esattamente ciò che consente la vicinanza; la comunità queer marocchina che i registi dicono di voler raggiungere riceve un racconto che può rivendicare senza un obiettivo documentario puntato su volti reali.

A dare peso alle telefonate è la loro ordinarietà. La madre non fa discorsi; conduce la conversazione, aggira la parola che nominerebbe sua figlia, chiede di cose pratiche, lascia che tenerezza ed evitamento stiano nella stessa frase. Bouchra ascolta, insiste un poco, si ritrae. Chiunque abbia fatto coming out con un genitore, attraverso una lingua, una generazione e un mare, riconoscerà la coreografia, quel modo in cui amore e rifiuto possono essere lo stesso gesto. Il film si fida di questo riconoscimento invece di spiegarlo.

Nulla di tutto ciò garantisce che il film sfugga al proprio fascino. La sciacalla disarma, il mondo è splendidamente lavorato, e resta una domanda vera: se la morbidezza del mezzo non assolva la madre, e lo spettatore, da un peso che la materia continua invece a voler imporre. Un silenzio registrato tra due persone può essere devastante; lo stesso silenzio, sul disegno di un cane, può anche essere soltanto grazioso. Bouchra non scioglie del tutto il nodo, e il prestigio del mondo dell’arte che lo ha reso possibile non è di per sé una ragione perché un pubblico ampio vi si avvicini.

A still from the animated feature Bouchra by Meriem Bennani and Orian Barki (2026)
A scene from Bouchra (2026)

Nel cast vocale, accanto a Bennani e Barki, figurano Fayçal Azizi, Ariana Faye Allensworth, Hassan Hamdani, Yto Barrada e Dounia Berrada. Il film dura 83 minuti ed è stato prodotto con la Fondazione Prada, insieme a 2 Lizards, Hi! Production e SB Films, un intreccio statunitense, italiano e marocchino che ricalca la mappa divisa del racconto. È presentato, per una volta a ragione, come un dramma animato venato di commedia più che come un documentario.

In Italia Bouchra ha un indirizzo preciso: è stato commissionato ed è apparso per la prima volta alla Fondazione Prada di Milano, per poi passare a Firenze a Lo schermo dell’arte. Dopo l’anteprima al New York Film Festival, la tappa di Toronto e il premio queer principale del Chicago International Film Festival, non risulta ancora una data di uscita nelle sale italiane. Per un’opera fatta di ciò che una madre e una figlia riuscivano a dirsi solo per telefono, questo cammino lento, dal festival allo schermo, sembra il suo passo naturale.

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