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Vikings: Valhalla: l’addio brutale alla grandiosità mitica

Veronica Loop
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La battaglia sotto la pioggia che apre Vikings: Valhalla è uno scontro brutale e senza tregua: le spade fendono il diluvio, i corpi crollano nel fango con una crudezza definitiva. Qui non c’è la grandiosità mitica della serie precedente: il tono è più ruvido, più carnale. La serie sequel di Netflix, creata da Jeb Stuart, non si limita a seguire le orme di Vikings di Michael Hirst, ma si ritaglia un proprio percorso nella storia. È questa differenza a definire tanto i suoi punti di forza quanto i suoi limiti.

Valhalla è ambientata più di un secolo dopo gli eventi di Vikings e trascina lo spettatore nei conflitti dell’XI secolo tra i discendenti dei vichinghi, i norreni o «danesi», e le popolazioni native inglesi. La serie segue Leif Eriksson (Sam Corlett), Freydís Eiríksdóttir (Frida Gustavsson) e Harald Sigurdsson (Leo Suter) alle prese con intrighi politici, scontri religiosi e la brutale realtà della guerra. Con un ordine di 24 episodi annunciato prima del debutto, Valhalla si sviluppa nell’arco di tre stagioni.

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A distinguere Valhalla dalla serie precedente è la sua ricerca di un realismo viscerale. Le battaglie sono caotiche, sanguinose e spesso di un’efficacia devastante, lontane dalle coreografie patinate di tanti kolossal storici. La prima stagione si apre con il massacro di San Brizio, un episodio di violenza sconvolgente che definisce subito il tono: in questo mondo sopravvivere è una conquista e la moralità è spesso un lusso. I fangosi paesaggi irlandesi, usati per rappresentare l’Inghilterra medievale e la Scandinavia, diventano a loro volta protagonisti: splendidi, ma spietati. La serie ha debuttato nel febbraio 2022 e si è conclusa nel luglio 2024.

Al centro di Valhalla c’è Leif Eriksson, interpretato da Sam Corlett: un eroe riluttante il cui passaggio da esploratore a leader è uno degli archi narrativi più avvincenti della serie. Corlett dà al personaggio un’intensità trattenuta e ancora un peso emotivo autentico agli elementi mitici della sua storia. La sua interpretazione colpisce soprattutto nei momenti di fragilità, per esempio quando deve fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni o con il peso della leadership. Altrettanto incisiva è Freydís Eiríksdóttir, interpretata da Frida Gustavsson: una guerriera fiera, dalla moralità ambigua, che è tra i personaggi più dinamici della serie. Gustavsson ne bilancia forza e vulnerabilità, facendo di Freydís una delle presenze più memorabili di un cast corale.

Le interpretazioni dei personaggi secondari sono altalenanti. Harald Sigurdsson, per esempio, fatica a lasciare il segno nelle prime stagioni: il personaggio sembra spesso più un espediente narrativo che una figura compiutamente delineata. Jóhannes Haukur Jóhannesson dà invece gravità e spessore a Olaf Haraldsson, leader tormentato e pieno di contraddizioni. Spicca anche il re Canuto di Bradley Freegard, che incarna l’astuzia politica e la spietatezza necessarie a un sovrano alle prese con una situazione insidiosa.

È sul piano produttivo che Valhalla dà il meglio. Le riprese si sono svolte principalmente in Irlanda, negli stessi Ashford Studios della contea di Wicklow che avevano ospitato Vikings. Costumi e scenografie sono realizzati con grande cura e immergono lo spettatore nel crudo realismo dell’epoca. La fotografia merita una menzione particolare: le ampie inquadrature di paesaggi spettacolari fanno da sfondo ideale agli epici conflitti della serie.

Valhalla inciampa, però, quando si allontana dai propri punti di forza. Il conflitto religioso tra i vichinghi pagani e gli inglesi cristiani offre uno sfondo interessante, ma spesso resta poco sviluppato e si riduce a una contrapposizione morale semplicistica. Alcuni personaggi secondari, soprattutto nella seconda stagione, mancano di spessore e i loro archi sembrano più espedienti narrativi che percorsi compiuti. Anche il ritmo a tratti è incerto, in particolare nella seconda stagione, quando le numerose sottotrame rischiano di sopraffare la narrazione principale.

Dal punto di vista tematico, Valhalla affronta lo scontro tra culture e il prezzo dell’ambizione. Il percorso di Leif, in particolare, esplora la tensione tra esplorazione e conquista, tra curiosità e avidità. L’arco di Freydís si addentra invece nelle complessità della leadership e nel costo del potere. Sono temi trattati con sfumature e profondità, anche se la serie ogni tanto inciampa nella loro realizzazione.

Il confronto tra Valhalla e Vikings è inevitabile, ma mette in luce tanto i pregi del sequel quanto i suoi limiti. Mentre Vikings puntava spesso sulla grandiosità mitica, Valhalla abbraccia un realismo più ruvido e concreto. Il cambio di tono è una ventata d’aria fresca, ma comporta anche la rinuncia a parte del respiro epico e dei personaggi più grandi della vita che rendevano Vikings così coinvolgente.

In definitiva, Vikings: Valhalla è un seguito solido, anche se discontinuo, di uno dei drammi storici più popolari di Netflix. È una serie pensata per chi apprezza una narrazione concreta e brutale, e preferisce le contraddizioni della storia alle ricostruzioni mitiche, levigate e spettacolari.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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