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Il caso Barisone su Netflix: SafeSport sapeva. Lui sparò lo stesso

Jack T. Taylor

Hawthorne Hill è una tenuta di 53 acri a Long Valley, nel New Jersey, con arena coperta, scuderie e un’abitazione dove Michael Barisone addestrava cavalieri di dressage al livello Grand Prix. Nel marzo del 2018, Lauren Kanarek vi arrivò con il suo fidanzato Rob Goodwin: lezioni, pensione per i cavalli, alloggio in loco, circa 5.000 dollari al mese. Era un accordo che non prevedeva vie di fuga. Quando il rapporto professionale cominciò a deteriorarsi, attraverso post criptici sui social media, chiamate al 112 e accuse incrociate, né Barisone né Kanarek potevano semplicemente andarsene. Quello che potevano fare era presentare denunce formali alla Federazione equestre statunitense (USEF) e al suo organismo disciplinare SafeSport. Lo fecero entrambi. Non bastò. Untold: Il caso Michael Barisone su Netflix non è un documentario sul colpo di pistola. È un documentario su ciò che il sistema ha fatto — e non ha fatto — con quelle denunce.

L’organismo che archivia senza intervenire

La USEF e SafeSport non sono istituzioni pubbliche. Sono il meccanismo di autoregolamentazione dello sport equestre olimpico americano: un sistema disciplinare chiuso, progettato per gestire i conflitti tra i suoi membri senza ricorrere alla giustizia ordinaria. Prima del 7 agosto 2019, Barisone aveva presentato denunce formali in cui accusava Kanarek di molestie online prolungate, che avrebbero compromesso la sua stabilità mentale. Kanarek, da parte sua, aveva segnalato a SafeSport condotte abusive, pressioni psicologiche e minacce alla sua carriera da parte del proprio istruttore. Entrambi i fascicoli furono istruiti. Nessuno degli esiti modificò la situazione nella tenuta. L’8 agosto 2019, Barisone fu arrestato sul posto dopo aver sparato due volte a Kanarek nel petto a distanza ravvicinata. Lei sopravvisse dopo un intervento d’urgenza. Lui trascorse circa due anni e mezzo in custodia prima di essere assolto, nel 2022, per incapacità di intendere e di volere al momento del fatto — una sentenza pronunciata da una giuria popolare, istituto previsto nel sistema giudiziario americano ma assente nell’ordinamento italiano. Il processo non chiuse la questione. La spostò.

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Come è costruito il film

La regista Grace McNally costruisce il documentario attorno a un’impossibilità formale: due protagonisti filmati le cui versioni si escludono a vicenda, e un materiale d’archivio che nessuno dei due controlla. Barisone, alternativo della squadra olimpica statunitense nel 2008, afferma in camera di non ricordare nulla dello sparo. Kanarek sostiene che quella amnesia sia una performance. McNally non arbitra. Ciò che colloca sotto entrambe le testimonianze è la registrazione della chiamata al 112 del mattino del fatto: la voce di Kanarek che dice di essere stata colpita al cuore, quella di Barisone udibile in sottofondo prima dell’arrivo degli agenti. Quella telefonata fu registrata prima che alcuna delle due parti disponesse di una strategia legale, prima degli avvocati, prima che la difesa per incapacità di intendere fosse costruita. Non può essere rivista a posteriori. McNally la usa come pavimento fattuale, non come effetto drammatico — affiancata da immagini del processo, screenshot dei post social di entrambe le parti e dalla testimonianza in camera di un investigatore che afferma di avere difficoltà a credere che si possa sparare a qualcuno senza ricordarselo. Il film non dice cosa il pubblico deve concludere. La disposizione dei materiali lo dice.

I produttori esecutivi Chapman Way e Maclain Way — gli stessi di Wild Wild Country e Tiger King — hanno applicato lo stesso metodo in ogni loro documentario: accesso prolungato alla logica interna di una comunità chiusa, osservata senza narrazione finché quella logica non produce da sola la propria condanna. La comunità chiusa è qui il dressage americano di alto livello — non solo Barisone e Kanarek, ma l’intera struttura economica e istituzionale che rende possibile che un conflitto documentato mese dopo mese si concluda con una pistola estratta da una cassaforte mentre l’organismo federale archivia le pratiche.

Il caso che non si è chiuso

Il documentario arriva mentre la vicenda è ancora aperta. Dopo l’assoluzione, Barisone ha presentato un ricorso civile federale contro la USEF, sostenendo che la federazione avesse ignorato i suoi ripetuti avvertimenti prima del fatto. Alla fine del 2025, quella stessa federazione gli ha inflitto un divieto a vita da SafeSport per condotte non collegate al caso Kanarek. Prima della messa in onda, Kanarek ha pubblicato una lettera aperta in cui accusa la casa di produzione Propagate Content di aver distorto la verità in favore degli ascolti. L’avvocato di Barisone respinge ogni sua affermazione, come fa dal 2019. Il documentario non esiste al di fuori di questo conflitto: ne è un ulteriore documento, e uno dei suoi soggetti viventi lo ha già pubblicamente rifiutato prima della première.

Untold: The Shooting at Hawthorne Hill
Untold: The Shooting at Hawthorne Hill. Lauren Kanarek in Untold: The Shooting at Hawthorne Hill. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

Ciò che l’assoluzione per incapacità di intendere non può riparare è la domanda che il film apre senza rispondere: se USEF e SafeSport hanno ricevuto le denunce di entrambe le parti, istruito i fascicoli e archiviato le pratiche, e lo sparo è avvenuto lo stesso, cosa fa diversamente un organismo di autoregolamentazione la prossima volta? La stessa struttura di segnalazione che ha gestito i dossier di Hawthorne Hill è ancora in vigore oggi. Il film non fornisce risposta. Il verdetto nemmeno. È questa, alla fine, la cosa che il documentario lascia irrisolta — non l’identità del responsabile, ma il meccanismo che avrebbe dovuto fermarlo prima.

Untold: Il caso Michael Barisone è disponibile su Netflix dal 21 aprile 2026. Il documentario, diretto da Grace McNally, ha una durata di circa 73 minuti ed è classificato TV-MA. La produzione è di Propagate Content e Stardust Frames, con Chapman Way e Maclain Way tra i produttori esecutivi. È il quarto e ultimo episodio del ciclo settimanale Untold del 2026, dopo i documentari dedicati a Lamar Odom, Chess Mates e i Portland Trail Blazers.

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