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4 Blocks Zero su HBO Max racconta i Hamady prima che diventassero un clan

Martha Lucas
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Chiunque abbia visto 4 Blocks sa già come finisce la storia di questa famiglia. Toni Hamady si ritrova a capo di un clan berlinese, con addosso la stanchezza particolare di un uomo che ha esaurito ogni via d’uscita da molto tempo. «4 Blocks Zero» comincia dall’altra parte di quella storia, negli anni in cui gli Hamady non erano ancora un clan: erano soltanto una famiglia composta da un padre, i suoi figli, una nonna e una serie di porte che continuavano a chiudersi loro in faccia.

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La serie è il prequel di 4 Blocks, il crime drama tedesco andato in onda dal 2017 al 2019, che ha fatto di Neukölln uno degli scenari più emblematici della televisione europea. Si torna alla Berlino degli anni Novanta, dove Malik Hamady, interpretato da Rami Fadel Khalaf, è arrivato dal Libano con i suoi quattro figli e la suocera e cerca di costruirsi una vita onesta in una città che gli ricorda continuamente di non essere il benvenuto. Il punto di partenza è intimista e familiare: racconta di una famiglia in cerca di un punto d’appoggio, non di un’organizzazione criminale a caccia di territorio. È tutta qui la tesi della serie.

Il motore della stagione è Ibrahim, interpretato da Tariq Al-Saies: il cognato che, dopo otto anni di prigione, torna portando con sé un segreto che la famiglia non può permettersi di mantenere. Nella serie originale gli Hamady sono ormai una presenza consolidata nella malavita berlinese; qui, invece, il clan è una scelta ancora da compiere e Ibrahim è l’uomo che costringe tutti a fare i conti con questa possibilità. Tareq Nassery interpreta il giovane Ali, il ragazzo che diventerà Toni Hamady: alla figura più familiare della serie viene così chiesto di esistere nel passato, come qualcuno che il pubblico ha già visto trasformarsi in un uomo diverso.

Un prequel che conosce già il finale

Il prequel è una forma drammaturgica singolare. Non può sorprendere sul punto d’arrivo, quindi deve rendere significativo il percorso: le piccole concessioni, il primo compromesso, il momento in cui una strategia di sopravvivenza si trasforma silenziosamente in un modo di vivere. I registi Özgür Yıldırım e Hüseyin Tabak, alle prese con sceneggiature coordinate dallo sceneggiatore capo Bernd Lange, ereditano un mondo il cui finale è già canonico e devono scriverne l’inizio come se fosse ancora tutto da decidere. La scommessa di «4 Blocks Zero» è che il pubblico si appassioni a scelte di cui conosce già a memoria le conseguenze.

È una prova che riguarda innanzitutto la scrittura. La serie originale si è guadagnata il suo peso perché non ha mai trattato i personaggi né da vittime né da mostri e perché Toni, interpretato da Kida Khodr Ramadan, aveva una carica tragica autentica. Un prequel deve dimostrare di essere qualcosa di più di un giro d’onore; «4 Blocks Zero» deve quindi trovare nell’ostinazione quotidiana di un padre e nella lealtà spontanea di un ragazzo la grammatica di tutto ciò che verrà. Qui il testo è la famiglia: Malik, deciso a fare le cose per bene; la nonna Hanin, interpretata da Fatima Khanfour, custode di una memoria familiare che precede Berlino; il fratello Abbas, interpretato da Soufiane El Mesaudi, attento alle scelte dei suoi fratelli.

Özgür Yıldırım ha trascorso gran parte della sua carriera nel cinema tedesco d’ambientazione sociale, e la scelta di affidare una stagione di otto episodi a due registi invece che a uno solo fa pensare a una produzione interessata più alla coerenza del mondo narrativo che all’impronta di una singola firma. Non stanno adattando un romanzo, ma un ricordo che il pubblico già porta con sé: gli Hamady così come sono diventati. Ogni scena dedicata alla giovane famiglia deve quindi svolgere una doppia funzione: raccontare il presente dei personaggi e fare da prologo a un futuro che lo spettatore conosce già.

La città che chiudeva le porte

Il percorso conta perché la storia è reale. La Berlino in cui arrivano gli Hamady è una città nel pieno della riunificazione, dove molte famiglie di rifugiati libanesi hanno vissuto per anni con la Duldung, uno status giuridico sospeso che tollerava la loro presenza senza consentire loro di lavorare. Dire a una famiglia che può restare, ma non guadagnarsi da vivere, significa indirizzarla verso l’unica economia disposta ad accoglierla. «4 Blocks Zero» colloca le origini del clan in questa pressione documentata, non in una presunta criminalità ereditaria: una versione più scomoda della storia, ma anche più onesta.

È qui che la serie può assumere una portata politica che lo show originale poteva perlopiù soltanto suggerire. In fondo, 4 Blocks era un’opera di genere con ambizioni tragiche; un prequel ambientato al momento dell’arrivo può guardare direttamente ai meccanismi — gli uffici, i rifiuti, gli anni di attesa — che trasformano una richiesta d’asilo in una vicenda criminale. Il rischio è l’errore opposto: che spiegare come gli Hamady siano stati spinti in quella direzione diventi un modo per giustificare dove sono finiti. Il trailer ufficiale la presenta prima di tutto come una storia di famiglia e solo in secondo luogo come una storia criminale: segno che la serie sa già quale dei due rischi preferisce correre.

Dentro la serie criminale si nasconde un racconto di formazione, che potrebbe essere la parte più importante. Ali è ancora un bambino quando la storia comincia e lo zero di «4 Blocks Zero» sembra promettere che assisteremo a un conto che parte da niente: un ragazzo con tutte le possibilità davanti a sé le vede restringersi, un rifiuto alla volta, fino all’unica strada che la serie originale ha già sbarrato alle sue spalle. La cosa più utile che un prequel possa fare è rendere leggibili le decisioni ordinarie: il lavoretto occasionale accettato, il favore ricambiato, la lealtà che sembra amore prima di rivelarsi un debito. Gli otto episodi dovranno dimostrare se «4 Blocks Zero» ha la pazienza di soffermarsi su questi piccoli snodi, invece di correre verso l’iconografia del clan.

«4 Blocks Zero» si inserisce anche in una precisa tradizione televisiva. Alla fine degli anni Dieci, 4 Blocks si affiancava a Dogs of Berlin e Skylines nell’ondata tedesca di crime drama per lo streaming; fra i tre, però, era quello che meno sembrava importare formule della TV via cavo americana e più appariva come una storia che poteva essere ambientata soltanto nel luogo in cui si svolgeva. Per HBO Max, riportare in vita quel mondo raccontandone la preistoria significa puntare sulle produzioni originali in lingua locale come titoli di punta, non come riempitivo: scommettere che una serie tedesca su una storia tedesca possa occupare un posto di primo piano nell’offerta globale della piattaforma. Nel cast allargato compare Mark Waschke, uno dei volti più riconoscibili della televisione tedesca: un indizio del registro a cui punta la produzione.

«4 Blocks Zero» non può risolvere il problema che prima o poi si trova davanti ogni storia delle origini. Capire come qualcuno sia diventato ciò che è non equivale a perdonarlo, e non è sempre diverso dal limitarsi a guardarlo cadere più lentamente e con maggiore empatia. La serie sa dove è diretto Ali, e lo sa anche il pubblico. Resta da capire se questa consapevolezza cambi ciò che dobbiamo al ragazzo prima che ci arrivi: se un inizio di cui abbiamo già visto la fine sia un monito, un’elegia o un alibi.

«4 Blocks Zero» debutta il 25 settembre 2026 su HBO Max, che distribuirà ogni settimana un episodio della prima stagione, composta da otto puntate. Özgür Yıldırım e Hüseyin Tabak dirigono la serie a partire dalle sceneggiature coordinate da Bernd Lange; nel cast, Rami Fadel Khalaf è Malik, Tareq Nassery il giovane Ali, Tariq Al-Saies Ibrahim, Soufiane El Mesaudi Abbas e Fatima Khanfour la nonna Hanin. La serie è in tedesco ed è il prequel dell’originale del 2017–2019.

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