Tecnologia

Google perde il ricorso finale in UE: la multa da 4,1 miliardi di euro per Android è definitiva

Susan Hill

La più alta corte europea ha parlato e questa volta non ci sono ulteriori ricorsi possibili. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto l’ultima impugnazione di Google contro una multa antitrust di 4,1 miliardi di euro, una delle sanzioni più elevate mai imposte a un’azienda tecnologica. Otto anni dopo che le autorità di regolamentazione hanno inflitto la sanzione, la questione se gli accordi Android di Google violassero il diritto della concorrenza dell’UE ha avuto risposta in via definitiva.

La violazione originaria riguardava una pratica che miliardi di utenti Android hanno vissuto senza necessariamente darle un nome: la preinstallazione. Google richiedeva ai produttori di smartphone che desideravano accedere al marketplace Play Store di impegnarsi preventivamente a fornire ogni dispositivo Android con Google Search e Chrome preinstallati. I regolatori nel 2018 conclusero che questo pacchetto conferiva ai prodotti propri di Google un vantaggio che i concorrenti non potevano superare indipendentemente dalla qualità. Il Tribunale dell’UE aveva ridotto leggermente la sanzione nel 2022, da 4,34 a 4,1 miliardi di euro, ma aveva lasciato invariato il rilievo di illegittimità.

La Corte di giustizia ha confermato entrambe le conclusioni. Nella sentenza ha affermato che il tribunale di primo grado «non ha commesso errori di diritto nel valutare gli effetti anticoncorrenziali delle condizioni di preinstallazione previste dagli accordi Android» e ha confermato che il ragionamento alla base dell’importo della multa era giuridicamente solido. Google aveva sostenuto, nel ricorso finale, che l’apertura di Android alle personalizzazioni di terzi significasse che le sue condizioni di preinstallazione non precludevano la concorrenza. La corte non è rimasta convinta.

La sentenza giunge in un panorama molto diverso da quello esistente all’inizio del caso. Google ha nel frattempo introdotto schermate di scelta nei dispositivi Android europei che invitano gli utenti a selezionare un motore di ricerca predefinito durante la configurazione. La Commissione europea aveva richiesto questo come rimedio comportamentale. Se quelle schermate abbiano effettivamente cambiato quale motore di ricerca utilizzano gli europei è una questione separata e molto più complessa: l’inerzia del valore predefinito è potente e l’utente che sceglie attivamente un motore alternativo rappresenta una piccola minoranza.

La risposta di Google alla sentenza mantiene la posizione originale. «Android offre più scelta a tutti e supporta migliaia di aziende», ha dichiarato la società. «Questa sentenza non riconosce il nostro significativo investimento per garantire che Android rimanga aperto, interoperabile e gratuito.» L’argomento non è privo di fondamento: il nucleo open source di Android è disponibile per qualsiasi produttore senza questi accordi, e gli accordi stessi si applicavano solo alla versione con licenza che include il Play Store. La valutazione della Corte è che a quel punto, quando un produttore aveva bisogno del Play Store per essere commercialmente vitale, le condizioni erano già coercitive.

La tensione al centro di questo caso non è stata pienamente risolta dalla sentenza. La distinzione tra raggruppamento legittimo e vendita abbinata anticoncorrenziale è una questione che si ripresenterà man mano che assistenti IA, sistemi operativi e hardware diventano sempre più intrecciati. L’UE dispone di strumenti regolatori: il Digital Markets Act designa Google come «gatekeeper», ma i tempi di applicazione tendono a restare indietro rispetto all’evoluzione del mercato.

La Commissione europea potrebbe ora valutare se i rimedi comportamentali accettati nel caso originale necessitino di aggiornamento, considerato il lancio delle schermate di scelta e l’emergere di alternative di ricerca native per l’IA. Qualsiasi nuovo procedimento partirebbe dal vantaggio di avere una base giuridica consolidata.

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