Cinema

Sting: l’amore di una bambina diventa letale

Martha O'Hara
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Quando Charlotte, dodici anni (Alyla Browne), estrae delicatamente dal terrario il ragno che tiene come animale domestico, la macchina da presa indugia sul modo aggraziato in cui le sue dita si stringono attorno al vetro: è allora che si capisce che Sting non è il solito film di mostri. La sceneggiatrice e regista Kiah Roache-Turner, già autrice del postapocalittico Wyrmwood: Road of the Dead, affronta questo horror-thriller con una sensibilità rara, radicando la minaccia mostruosa nelle paure e nelle responsabilità più intime dell’infanzia. Ne nasce un film che continua a farsi sentire anche molto dopo il suo esplosivo finale.

Sting segue Charlotte, che alleva di nascosto un ragno dalle capacità inquietanti, finché non scopre troppo tardi che il suo animale è diventato qualcosa di molto più pericoloso di quanto avesse mai immaginato. Il film trova la sua forza nel saper dosare il dramma familiare e l’orrore viscerale, un equilibrio precario che Roache-Turner gestisce con sorprendente eleganza. L’ambientazione australiana e le dinamiche di una famiglia della classe lavoratrice conferiscono alla storia un’autenticità spesso assente nei film di genere. Non è soltanto una storia di mostri: è il racconto di una ragazzina che cerca di proteggere i suoi cari mentre affronta le conseguenze delle proprie azioni.

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L’interpretazione di Browne è il cuore di Sting. Con la sua innocenza dagli occhi spalancati e una quieta determinazione, restituisce alla perfezione la curiosità infantile quando comincia a prendere una piega più oscura. La capacità di esprimere la paura senza scivolare nel melodramma fa di Charlotte una delle protagoniste bambine più avvincenti degli ultimi tempi. Ryan Corr, nei panni di Ethan, e Penelope Mitchell, in quelli di Heather, offrono un valido supporto, ma è Kate Walsh a brillare davvero nel ruolo di Sandy. Walsh dà al personaggio un’autorità schietta e concreta, e ancora il film a momenti di vulnerabilità sommessa che rendono l’orrore ancora più incisivo. La sintonia tra Browne e Walsh merita una menzione speciale: le loro scene insieme sono cariche di tensione e affetto inespressi.

La regia di Roache-Turner dà il meglio di sé quando si concentra su questi aspetti umani. Una scena particolarmente riuscita arriva all’inizio del film, quando Charlotte osserva la sua famiglia attraverso una finestra, separata dai suoi cari tanto dal vetro quanto dal segreto che custodisce. L’inquadratura indugia un istante di troppo, amplificando l’isolamento e il senso di colpa che guidano le azioni della ragazza. Anche il sound design è notevole: il fruscio delle zampette e il lieve sibilo del ragno risultano inquietanti quanto qualsiasi immagine, creando un’atmosfera di angoscia che pervade ogni scena.

Sting, però, non è privo di difetti. Il ritmo rallenta un po’ nella parte centrale, mentre il film prepara il terreno al caos mostruoso che verrà. Alcune scelte dei personaggi, soprattutto verso la fine, mettono a dura prova la credibilità più degli effetti speciali. Il design della creatura è impressionante, ma qualche sequenza di troppo, pesantemente affidata alla CGI, indebolisce l’orrore intimo delle scene iniziali. Roache-Turner non riesce sempre a tenere in equilibrio questi elementi e, quando cerca di conciliare i temi della responsabilità e della crescita con le esigenze di un film di mostri, il risultato a volte vacilla.

I temi del film sono il suo punto di forza. La trasformazione dell’animale di Charlotte, da curiosità a minaccia, rispecchia il percorso della ragazza verso l’adolescenza e porta in primo piano la responsabilità e la paura dell’ignoto. Sono temi che arrivano in profondità, anche se non sempre vengono sviluppati con tutta la finezza che meriterebbero. Il passato di Roache-Turner nel cinema horror postapocalittico dà a Sting un taglio originale, ma a volte rende anche più difficile per il film trovare una propria identità tra i cliché del genere.

I paragoni con altri film di mostri sono inevitabili, ma Sting si ritaglia uno spazio tutto suo concentrandosi sulle dinamiche familiari e sulle ansie legate alla crescita. Non è visivamente innovativo quanto The Bad Seed, né possiede la profondità psicologica di We Need to Talk About Kevin. Il suo punto di forza, però, è riuscire a farci affezionare a Charlotte e alla sua lotta, mentre la posta in gioco sale fino a trasformarsi in puro orrore.

La regia di Roache-Turner risplende soprattutto quando si sofferma sugli aspetti umani. I momenti più quieti tra Charlotte e la sua famiglia sono tra i più intensi del film e ancorano la minaccia soprannaturale a qualcosa di profondamente personale. Il modo in cui la macchina da presa indugia su uno sguardo condiviso o un tocco esitante racconta molto più di qualsiasi rivelazione sul mostro.

Anche il cast di supporto è all’altezza. Robyn Nevin, nel ruolo di Gunter, e Noni Hazlehurst, in quello di Helga, danno spessore ai loro personaggi, mentre Danny Kim, nei panni di Erik, aggiunge una nota comica che alleggerisce un’atmosfera altrimenti cupa. Silvia Colloca offre un’interpretazione di spicco in un ruolo più piccolo: le sue scene con Browne sono percorse da una tensione palpabile.

I problemi di ritmo sono il difetto principale del film. Il primo atto costruisce la tensione con grande maestria, ma la sezione centrale rallenta un po’ mentre prepara il caos mostruoso che verrà. Alcune scelte dei personaggi — soprattutto verso la fine — mettono a dura prova la credibilità più degli effetti speciali. Il design della creatura è impressionante, ma qualche sequenza di troppo, pesantemente affidata alla CGI, indebolisce l’orrore intimo delle scene iniziali.

Nonostante questi difetti, Sting è una voce fresca nel panorama dei film di mostri. Sa quando far paura e quando commuovere, anche se ogni tanto perde l’equilibrio. Roache-Turner non sempre riesce a dosare questi elementi, ma quando trova il passo giusto Sting è un film che resta impresso anche dopo i titoli di coda.

I temi della responsabilità e della paura dell’ignoto arrivano in profondità, anche se non sempre vengono sviluppati con tutta la finezza che meriterebbero. La trasformazione dell’animale di Charlotte, da curiosità a minaccia, rispecchia il suo percorso di crescita, ma a volte la sceneggiatura fatica a conciliare queste idee con le esigenze di un film di mostri.

Sting non è perfetto, ma è un film che osa distinguersi. Rischia, tanto nella scrittura quanto nelle interpretazioni, e non tutte le scommesse vanno a segno; quelle riuscite, però, danno vita a una visione coinvolgente.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

  • Alyla Browne — Charlotte

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