Cinema

In A Woman’s Life, lo sguardo di una romanziera destabilizza la chirurga interpretata da Léa Drucker

Martha O'Hara
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La sala operatoria ha una luce tutta sua: piatta, senza ombre, progettata perché nulla possa nascondersi. Charline Bourgeois-Tacquet riprende la sua protagonista immersa in quella luce con la stessa imperturbabile fermezza con cui lei si accosta al tavolo operatorio. Ne nasce anzitutto un ritratto, prima ancora che una storia: il volto di una donna che ha deciso da tempo di non scomporsi.

Gabrielle dirige un reparto ospedaliero e lo fa bene. Ma il film è davvero interessato al prezzo di questa efficienza. C’è un marito che ama negli intervalli tra un turno e l’altro, una madre che conta su di lei, e una parte privata ripiegata con tanta precisione ai margini di quella pubblica che persino lei sembra aver smarrito il confine. Quando una romanziera arriva per seguirla da vicino in vista di un libro, il semplice fatto di essere osservata comincia a sciogliere le giunture di una vita che Gabrielle era certa di aver scelto liberamente.

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La scelta di Léa Drucker è la dichiarazione più limpida che il film fa su se stesso. Negli ultimi anni Drucker ha interpretato donne dalla superficie impeccabile, mentre il terreno sotto i loro piedi si spostava; Gabrielle richiede proprio quella sfumatura: il controllo indossato come una seconda pelle, la pressione leggibile soltanto negli occhi. Il trailer punta sulla quiete, non sugli eventi, e quella quiete è il punto. È un film su una donna che si guarda mentre viene guardata, e Drucker le dà un volto che trattiene quasi tutto, così che un solo sguardo prolungato pesi più di qualsiasi battuta.

Bourgeois-Tacquet arriva qui dopo un esordio che trasformava il desiderio romantico in qualcosa di simile alla farsa, e porta con sé quella sensibilità comica in territori assai più silenziosi. Il suo istinto è lasciare che una scena oscilli tra dramma e commedia senza dichiarare quale dei due abbia il controllo: così, le sequenze di osservazione sono insieme un’intrusione e un gioco di seduzione. Nel corso di una filmografia ancora agli inizi, sta costruendo un cinema di donne che desiderano più di quanto i ruoli assegnati consentano loro e non sono mai del tutto sicure che quel desiderio sia saggio.

Il discorso visivo è uno studio di contrasti. L’ospedale è tutto luce artificiale e superfici dure, un luogo progettato per essere decifrato a colpo d’occhio; gli interni domestici sono più caldi, morbidi e ombreggiati, ed è proprio lì, paradossalmente, che Gabrielle diventa più difficile da vedere. La romanziera di Mélanie Thierry, Frida, funziona come uno specchio che il film continua a inclinare: un’altra donna, la cui attenzione lusinga e inquieta con lo stesso gesto. Bourgeois-Tacquet inquadra le due come se la composizione stessa fosse una forma di consenso, e ogni nuovo assetto dell’immagine rinegoziasse silenziosamente chi tiene in mano la situazione.

Dentro il primo film ce n’è un secondo, su cosa significhi trasformare una persona in carne e ossa in materiale narrativo. Frida prende appunti, pone le domande che un’amica non oserebbe mai fare e Gabrielle risponde più di quanto intendesse: da qualche parte nella stanza c’è sempre un registratore acceso. Gran parte di tutto questo ha i toni della commedia, con l’imbarazzato teatro sociale di un’intervista sul proprio matrimonio, e le risate arrivano. Ma poco a poco si fanno più amare: cresce la sensazione che una vita raccontata da qualcun altro smetta di appartenerti del tutto. L’idea più incisiva del film è che attenzione e appropriazione possano essere la stessa corrente, percorsa in direzioni opposte, e che una donna possa acconsentire alla prima senza aver mai accettato la seconda.

Resta da capire se la premessa si guadagni davvero il suo progressivo disfacimento. Il dispositivo dell’artista che osserva il soggetto è uno dei motori più antichi del dramma, e può indurre un film a scambiare la vigilanza per profondità: una donna si disgrega con eleganza e la macchina da presa decide che questo equivale alla verità. Anche l’equilibrio tra commedia e dramma comporta un rischio: se si inclina troppo verso l’ironia, la crisi sembra un semplice ornamento; se si spinge troppo sulla gravità, la leggerezza che dava respiro alla premessa si trasforma in qualcosa di asfittico. Nulla nel materiale garantisce che il film riesca a non oltrepassare quella soglia, e questo articolo non pretende di stabilire se ci riesca.

Léa Drucker interpreta Gabrielle, una chirurga ospedaliera, nel dramma francese (2026)
Léa Drucker nel ruolo della chirurga Gabrielle (2026)

Accanto a Drucker e Thierry, il cast comprende Charles Berling nel ruolo di Henri, Laurent Capelluto in quello di Kamyar e Marie-Christine Barrault nei panni di Arlette, oltre a Yumi Narita, Suzanne de Baecque e allo scrittore Erri De Luca. Bourgeois-Tacquet dirige un film tratto da una sua sceneggiatura. La produzione è una coproduzione franco-belga: Les Films Pelléas e ARTE France Cinéma per la parte francese, Versus Production e RTBF tra i partner belgi. La durata è di novantotto minuti.

Il film ha debuttato nel circuito dei festival a Cannes ed è passato da Cabourg prima di arrivare nelle sale francesi all’inizio dell’autunno, distribuito da Pyramide Distribution. In Spagna uscirà il 9 ottobre con BTEAM Pictures. Non è stata confermata alcuna distribuzione negli Stati Uniti, mentre per il Messico e il Brasile non sono ancora state fissate date. Per ora A Woman’s Life appartiene ai suoi due mercati di casa: il paese in cui è stato realizzato e quello che si prepara ad accoglierlo.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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