Cinema

Kwaidan – Storie di fantasmi resta il capolavoro assoluto dell’horror giapponese: un debito che i vivi devono ancora saldare ai morti

Masaki Kobayashi trasforma nel 1964 i racconti di Lafcadio Hearn in un'elegia soprannaturale di rara bellezza visiva e rigore morale.
Martha O'Hara
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La nebbia si chiude su un samurai senza volto, mentre il vento ulula tra gli alberi spogli: così inizia «Kwaidan – Storie di fantasmi», l’antologia horror di Masaki Kobayashi che trasforma quattro leggende giapponesi in un incubo a colori. Il film è un oggetto rarissimo nel cinema di genere: un’opera d’arte che non rinuncia al brivido, ma lo eleva a poesia visiva.

Kobayashi adatta quattro racconti tratti da «Stories and Studies of Strange Things» di Lafcadio Hearn, trascinando lo spettatore in un Giappone feudale popolato da spiriti vendicativi e maledizioni antiche. Il segmento più memorabile è senz’altro «La donna dai capelli neri», dove un samurai rovina la propria vita per ambizione, solo per ritrovarsi perseguitato dalla prima moglie defunta. La scena in cui il secondo matrimonio vira nell’orrore è un capolavoro di suspense visiva: il volto della seconda moglie che si deforma lentamente trasmette una sensazione di rovina silenziosa e inarrestabile.

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Le scenografie sono eccezionali, con sequenze che ricordano dipinti dell’epoca Edo. Ogni segmento ha una propria estetica distintiva: dal bianco accecante della neve in «Yuki-onna» alla penombra sinistra di «Hoichi il senza orecchie». Kobayashi gioca con le proporzioni, creando spazi claustrofobici che amplificano la tensione.

Dove il film vacilla è nella durata. Superare le tre ore significa chiedere uno sforzo notevole allo spettatore, soprattutto quando alcuni segmenti si diluiscono in dialoghi filosofici piuttosto densi. L’ultimo episodio — quello del samurai che scorge il riflesso di un guerriero nella propria tazza da tè — risulta particolarmente lento, con un climax che arriva troppo tardi per mantenere la tensione.

I quattro attori protagonisti — Michiyo Aratama, Rentaro Mikuni, Misako Watanabe e Kenjirō Ishiyama — offrono interpretazioni contenute ma intensamente espressive. Aratama incarna la prima moglie con una compostezza dolente che si muta in presenza oppressiva: ogni gesto diventa più pesante, ogni sguardo più definitivo, fino a che il segmento arriva alla sua conclusione senza scampo. Mikuni, nel ruolo del samurai, trasmette con precisione l’angoscia di un uomo intrappolato dalle proprie scelte.

«Kwaidan – Storie di fantasmi» esplora la colpa e le conseguenze karmiche con la stessa concretezza con cui il cinema tradizionale racconta la vendetta. Kobayashi utilizza il soprannaturale per indagare le debolezze umane — soprattutto l’avidità e l’ingratitudine. Questo tema è al centro di «La donna dai capelli neri», dove il samurai paga un prezzo terribile per aver tradito la sua prima moglie.

Il giudizio critico alla sua uscita fu diviso: alcuni apprezzarono l’audacia visiva e la profondità tematica, altri trovarono la durata eccessiva. Nel tempo il film si è imposto come riferimento ineludibile del cinema fantastico giapponese, non per acclamazione improvvisa ma per sedimentazione: ogni nuova visione rivela strati che una prima visione non aveva còlto.

Il cast tecnico è altrettanto notevole: il direttore della fotografia Yoshio Miyajima crea contrasti di luce e ombra che amplificano l’orrore soprannaturale. Le musiche di Tōru Takemitsu, con i loro strumenti tradizionali giapponesi, avvolgono il film in una tensione sorda che non allenta mai del tutto.

Il film affonda le radici nelle storie di karma e vendetta dell’epoca Edo, e Kobayashi non ne tradisce la natura originariamente didattica: ogni protagonista cede a una debolezza precisa — l’avidità, la paura, l’ingratitudine — e ne paga le conseguenze con una logica che esclude la redenzione. Il soprannaturale non è decorazione: è il meccanismo con cui il passato esige ciò che gli spetta. Ed è questa coerenza morale, rarissima nel cinema di genere, a distinguere il film da ogni imitazione successiva.

«Kwaidan – Storie di fantasmi» è un film che esige concentrazione. Chi la concede trova un cinema di rara coerenza visiva e una riflessione senza consolazioni sulle conseguenze delle nostre azioni.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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