Cinema

Insidious – La porta rossa: un’estenuante miscela di dramma familiare e horror soprannaturale

Alice Lange
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La prima volta che Dalton Lambert mette piede nella sua aula di disegno al college, non si limita a schizzare una porta: disegna un vero e proprio varco verso il Further da incubo. Questo momento inquietante, immortalato in Insidious – La porta rossa, dà il via al debutto alla regia di Patrick Wilson, un film che prova a fondere il dramma familiare con l’horror soprannaturale, ma finisce per inciampare sotto il peso delle proprie ambizioni.

Quinto capitolo del franchise di Insidious, La porta rossa è il seguito diretto di Insidious 2 e riprende la storia nove anni dopo la possessione di Josh Lambert (Wilson). La premessa è intrigante: Josh, divorziato, alle prese con ricordi rimossi e con il rapporto difficile con il figlio Dalton (Ty Simpkins), ormai al college, deve affrontare i fantasmi del passato, in senso tanto letterale quanto metaforico. La sceneggiatura di Scott Teems, tuttavia, fatica a intrecciare questi fili emotivi in una narrazione coerente.

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La regia di Wilson è solida, come rilevano i critici di Metacritic, ma le mancano l’estro visivo e la padronanza del ritmo che James Wan aveva portato nei film precedenti. Il lento crescendo della pellicola sembra studiato, ma spesso si perde in divagazioni. Le scene si trascinano senza costruire una tensione sufficiente, così gli spaventi improvvisi finiscono per sembrare più facili brividi a buon mercato che momenti di autentico terrore.

Il punto di forza di La porta rossa è la fedeltà agli elementi distintivi del franchise. Il Further resta un luogo visivamente suggestivo e sinistro, mentre gli effetti pratici usati per il demone dal volto rosso aggiungono un tocco di autenticità che spesso manca agli horror dominati dalla CGI. Anche il sonoro è notevole, soprattutto nelle scene ambientate nel Further: sussurri inquietanti e rumori distorti contribuiscono a creare un’atmosfera di angoscia.

Il film prova lodevolmente a raggiungere una certa profondità emotiva, ma alla fine non ci riesce. Il rapporto teso tra Josh e Dalton è un presupposto interessante, eppure la sceneggiatura non riesce a svilupparlo in modo significativo. Le scene tra Wilson e Simpkins risultano spesso rigide: manca quella naturale intesa che avrebbe potuto ancorare alla verità emotiva i momenti più spaventosi del film.

Le interpretazioni sono altalenanti. Wilson si cimenta con apprezzabile impegno nel doppio ruolo di attore e regista, ma la sua direzione è meno rifinita rispetto a quella dei capitoli precedenti. Simpkins offre una prova convincente, ma i passaggi emotivi tra lui e Wilson spesso sembrano forzati. Hiam Abbass, pur avendo poco spazio sullo schermo nei panni della professoressa Armagan, porta nel film una gravitas di cui c’era grande bisogno; il suo personaggio, però, resta poco sviluppato.

Il ricorso alla mitologia del franchise è al tempo stesso il punto di forza e il limite del film. Nel tentativo di chiudere le questioni rimaste in sospeso per la famiglia Lambert, la storia finisce spesso per sembrare un omaggio ai fan più che un racconto nuovo. L’adesione alle convenzioni del genere impedisce al film di ampliare davvero i confini dell’horror soprannaturale. Così La porta rossa assomiglia più a un viaggio nostalgico nei ricordi che a un capitolo capace di segnare una svolta nel franchise.

Uno dei problemi più evidenti del film è il ritmo. Il lento crescendo lo appesantisce e trasforma la visione in una fatica, anziché in un’emozionante discesa nell’orrore. Il finale frettoloso è più confuso che culminante e lascia lo spettatore con più domande che risposte.

L’originalità di La porta rossa è ulteriormente compromessa dal ricorso a spaventi improvvisi e paure di superficie. Usati con moderazione, questi elementi possono funzionare; qui, invece, la loro eccessiva presenza li rende prevedibili e privi di ispirazione. La sceneggiatura fatica a mantenere una narrazione coerente e dà spesso l’impressione di mettere insieme sequenze sconnesse, anziché raccontare una storia unitaria.

Nonostante i suoi difetti, La porta rossa ha i suoi momenti. Il Further conserva il suo fascino visivo e la sua atmosfera sinistra, mentre il sonoro intensifica la tensione, risultando uno degli aspetti più riusciti del film. Anche gli effetti pratici usati per il demone dal volto rosso rappresentano un gradito richiamo alle origini della serie.

In definitiva, è probabile che Insidious – La porta rossa piaccia più ai fan di lunga data del franchise che al pubblico horror in generale. I tentativi di raggiungere una certa profondità emotiva e di suscitare il terrore soprannaturale sono lodevoli, ma non vanno a segno, frenati dai problemi di ritmo, da personaggi poco sviluppati e dall’eccessivo affidamento sulla mitologia del franchise.

Chi cerca una discesa nel Further capace di gelare davvero il sangue potrebbe non trovare in La porta rossa il film che sperava.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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