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Fremont: la silenziosa lotta di una rifugiata, tra umorismo nero e disincanto

Molly Se-kyung
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La prima inquadratura di Fremont indugia sul volto di Anaita Wali Zada, mentre guarda fuori dal finestrino di un autobus: il suo riflesso si sovrappone al paesaggio californiano sfocato. È una metafora calzante dell’esistenza di Donya, sospesa tra due mondi, senza appartenere davvero né all’uno né all’altro. Diretto da Babak Jalali, questo dramma comico segue una rifugiata afghana, un tempo interprete, alle prese con la vita a Fremont, città nota per la sua diversità ma anche per il suo isolamento.

Ciò che distingue Fremont è il suo umorismo asciutto e impassibile, unito a un fascino discreto. Il film costruisce un mondo di bellezza quotidiana: il lavoro di Donya, che scrive i messaggi dei biscotti della fortuna, diventa una toccante metafora delle sue speranze inappagate, mentre le sedute di terapia con l’eccentrico dottor Anthony (Gregg Turkington) regalano momenti di umorismo nero. La regia di Jalali è misurata ma precisa: lascia respirare le scene, permettendo all’umorismo e alla malinconia di emergere con naturalezza.

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Nel film del 2023, Wali Zada offre un’interpretazione che ne è il perno, comunicando solitudine e desiderio di Donya attraverso gesti ed espressioni appena accennati. La sua prova è una lezione di sottrazione: rende il percorso emotivo di Donya autentico e coinvolgente. Jeremy Allen White, lontano dal personaggio di The Bear, porta calore e sincerità nei panni di Daniel, l’interesse amoroso che entra per caso nella vita di Donya. La sintonia tra Wali Zada e White è evidente e fa sembrare il loro legame romantico spontaneo e meritato. Anche il cast di supporto, con Hilda Schmelling nel ruolo di Joanna e Siddique Ahmed in quello di Salim, arricchisce questo bizzarro gruppo di personaggi.

Il ritmo, però, è un punto debole di Fremont. La cadenza volutamente lenta a tratti può sembrare dispersiva, e alcune sottotrame — come il rapporto di Donya con la famiglia rimasta a Kabul — non sono sviluppate a sufficienza. Il tono impassibile resta coerente, ma talvolta sfiora l’affettazione, facendo apparire le svolte emotive smorzate anziché incisive.

L’originalità del film sta nella capacità di intrecciare commedia e dramma senza ricorrere ai cliché. È una commedia romantica nel senso più anticonvenzionale del termine: rinuncia ai grandi gesti per puntare su un’intimità sommessa. La fotografia, con la luce naturale e i piani sequenza, rafforza il carattere meditativo del film. La regia di Jalali ricorda quella di Jim Jarmusch, soprattutto per l’umorismo asciutto e l’attenzione rivolta ai personaggi ai margini.

Fremont saprà parlare soprattutto a chi apprezza le storie che si sviluppano con lentezza e una narrazione incentrata sui personaggi. Non è un film per chi cerca drammi ad alta tensione o azione frenetica. Offre invece un ritratto sfaccettato dell’esperienza dell’immigrazione, esplorando lo sradicamento, l’identità e la ricerca di un luogo a cui sentirsi parte.

Fremont, in California, non è soltanto lo sfondo del film: è un personaggio a tutti gli effetti. La varietà della popolazione e i quartieri storici della città compongono un ricco mosaico sul cui sfondo si dipana la storia di Donya. Il film restituisce l’essenza della cultura composita di Fremont, mettendone in luce tanto la bellezza quanto le difficoltà.

Una delle scene più riuscite è la visita di Donya alla fabbrica di biscotti della fortuna in cui lavora. La ripresa, di precisione quasi clinica, sottolinea la monotonia del suo impiego. Eppure, in quell’ambiente ordinario, Jalali trova momenti di poesia. Donya prepara ogni biscotto con meticolosa cura, affidando alle parole le proprie speranze e i propri sogni, destinati agli altri: una potente metafora delle sue aspirazioni rimaste inappagate.

Le sedute di terapia con il dottor Anthony sono un altro momento di spicco. L’eccentrico terapeuta interpretato da Gregg Turkington è al tempo stesso esilarante e commovente. Il suo modo impassibile di recitare e i metodi poco convenzionali aggiungono al film una vena di umorismo nero e rendono queste scene tra le più memorabili.

La storia d’amore tra Donya e Daniel si sviluppa lentamente e senza forzature. Il loro legame nasce da momenti condivisi di vulnerabilità, non da grandi gesti romantici. L’interpretazione di Daniel da parte di Jeremy Allen White dimostra la versatilità dell’attore. White infonde al personaggio calore e sincerità autentici, facendone una persona in carne e ossa anziché il solito interesse amoroso da commedia romantica.

L’esplorazione dello sradicamento e dell’identità è particolarmente toccante. La fatica di Donya nel trovare il proprio posto in un nuovo paese racconta un’esperienza universale, in cui molti spettatori possono riconoscersi. Il film non offre risposte facili né soluzioni semplicistiche; propone invece un ritratto sfaccettato dell’esperienza dell’immigrazione, mettendone in risalto le difficoltà e le conquiste.

Fremont è un film che continua a farsi sentire anche molto tempo dopo i titoli di coda. Il suo fascino discreto e l’umorismo sottile ne fanno un’opera particolare nel genere della commedia drammatica.

Interpreti

Foto: The Movie Database (TMDB)

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