Cinema

Sanctuary: una tesa lotta per il potere, alimentata da interpretazioni elettrizzanti

Martin Cid
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L’inquadratura ravvicinata indugia mentre Rebecca, con una parrucca bionda, affonda i denti nella spalla nuda di Margaret Qualley, con un sorriso sulle labbra. È un momento che racchiude il gioco inebriante di attrazione e repulsione al centro di Sanctuary, il thriller claustrofobico di Zachary Wigon che intrappola i suoi due protagonisti in una partita ad alta tensione fatta di potere e controllo.

Di cosa parla: Qualley interpreta Rebecca Marin, una dominatrice che ha trasformato il suo facoltoso cliente Hal Porterfield (Christopher Abbott) in un uomo d’affari spietato. Il loro rapporto si svolge quasi interamente tra le pareti di una camera d’albergo, dove Hal cerca di porre fine alla loro relazione professionale. L’idea di partenza — due persone impegnate in uno scontro verbale e psicologico — potrebbe facilmente tirare troppo per le lunghe, ma la regia serrata di Wigon e la chimica elettrica tra Qualley e Abbott mantengono alta la tensione.

Cosa funziona: Qualley e Abbott sono senza dubbio i punti di forza del film. Le loro interpretazioni sono sfumate e stratificate, e ciascuno porta nel proprio ruolo un’intensità diversa. Rebecca, il personaggio di Qualley, è freddamente calcolatrice: ogni sua mossa è ponderata. È una donna che ha imparato a dominare l’arte del controllo e usa intelligenza e fascino per manipolare chi le sta intorno. Hal, interpretato da Abbott, è invece un concentrato di nervosismo, con una disperazione palpabile. Cerca di liberarsi dalle catene che lo tengono prigioniero, anche se non sa bene come riuscirci.

La sceneggiatura offre loro molto materiale su cui lavorare, con dialoghi taglienti che vibrano di tensione. Il botta e risposta tra Rebecca e Hal è una lezione di schermaglia verbale: ogni battuta è carica di sottintesi e doppi sensi. La scrittura dimostra tutta la sua efficacia anche quando i personaggi sono semplicemente seduti uno di fronte all’altra: l’aria è densa di pensieri inespressi e conflitti irrisolti.

È convincente anche il modo in cui il film affronta temi come il controllo e la fiducia. Sotto la dinamica di dominazione e sottomissione, Sanctuary si addentra in questioni più profonde, legate agli equilibri di potere nelle relazioni e a ciò che le persone sono disposte a fare pur di conservare la propria autonomia. L’ambientazione in un unico luogo costringe il pubblico a concentrarsi sulle interpretazioni e sui dialoghi, dando peso a ogni parola e a ogni gesto.

Merita una menzione anche la regia di Wigon. Sfrutta a proprio vantaggio lo spazio ristretto della camera d’albergo, creando un senso di claustrofobia che rispecchia la tensione psicologica tra i personaggi. La macchina da presa si avvicina ai protagonisti e spesso indugia sui loro volti, mentre reagiscono alle parole dell’altro. Questa scelta accresce la posta emotiva, coinvolge il pubblico e gli dà la sensazione di partecipare alla conversazione.

Cosa non funziona: per quanto l’idea di partenza sia coinvolgente, a tratti il film sembra girare a vuoto. In alcuni momenti il ritmo rallenta, soprattutto nel secondo atto, quando il botta e risposta tra Rebecca e Hal comincia a risultare ripetitivo. Anche alcuni colpi di scena appaiono un po’ prevedibili e finiscono per indebolire la tensione che il film ha faticato tanto a costruire.

Inoltre, nonostante la forza delle interpretazioni, a volte i personaggi risultano un po’ monodimensionali, soprattutto Hal. Le sue motivazioni non sono sempre chiare e alcune sue azioni sembrano incoerenti con il personaggio delineato fino a quel momento. È un peccato, perché l’interpretazione di Abbott avrebbe meritato un personaggio più compiuto, in cui poter affondare i denti.

Il film fatica anche a trovare il proprio tono. A tratti sembra un thriller psicologico, ma poi si sposta verso territori più cupi, rendendo difficile capire con esattezza che tipo di film voglia essere. Questo cambio di tono si avverte soprattutto nel terzo atto, quando la posta in gioco si alza all’improvviso, in modo piuttosto brusco.

Il verdetto: Sanctuary è un film avvincente, soprattutto grazie alle interpretazioni straordinarie di Qualley e Abbott. Pone grandi interrogativi sul potere e sul controllo, anche se non sempre riesce a offrire risposte soddisfacenti. La regia è serrata, i dialoghi incisivi e il modo in cui il film esplora i suoi temi stimola la riflessione. Tuttavia, i problemi di ritmo e i cambi di tono gli impediscono di raggiungere le vette a cui aspira con tanta determinazione.

È un film che probabilmente colpirà soprattutto gli appassionati di thriller psicologici e drammi incentrati sui personaggi, in particolare chi ama esplorare le dinamiche complesse del potere all’interno delle relazioni.

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