Cinema

Steven Quale rinchiude Tom Brittney in una cabina condannata con “Black Box”

Liv Altman

Il punto di partenza è abbastanza vecchio da suonare come una leggenda e abbastanza preciso da bruciare. Un uomo torna a casa con una bara nella stiva. Dentro c’è la sua compagna, morta durante un’escursione che avevano fatto insieme. Da qualche parte sopra il paese, la cabina che lo circonda smette di comportarsi come una cabina. Gli strumenti sballano. Gli sconosciuti dei sedili vicini si fanno guardinghi, e poi sbagliati. Qualcosa a bordo dell’aereo non ha comprato il biglietto. È quasi tutta qui l’architettura di “Black Box”, un horror che quasi mai slaccia la cintura.

Ciò che regge la premessa è il più antico patto della paura aerea. Un aereo è già un luogo in cui si cede il controllo e si spera. Ti allacci, e la storia si scrive attorno alla tua impotenza, senza uscita, senza terra e senza nessuno da chiamare. Steven Quale prende questa resa quotidiana e la lascia cagliare, finché i guasti sembrano meno meccanici che intenzionali e non ci si può più fidare che i passeggeri restino passeggeri. Appartiene a un lungo scaffale di racconti su gente comune sigillata dentro una macchina nel cielo, dal gremlin intravisto sull’ala ai molti thriller a cabina chiusa che sono seguiti, e sa con esattezza quali angosce sta prendendo in prestito.

YouTube video

Tom Brittney regge il film, e il cast ti dice già cosa vuole essere. Interpreta Jeremy, l’uomo in lutto il cui dolore è l’unico fatto umano saldo mentre tutto ciò che lo circonda, di tecnologico e di metafisico, si disfa. Il resto del manifesto, tra cui Holly White, Betsy-Blue English, Georgina Leonidas, Boadicea Ricketts e Cel Spellman, si legge meno come un insieme di personaggi disegnati che come una sezione trasversale di sconosciuti che incontreresti su un qualsiasi volo notturno, ed è esattamente questo il punto. Questo horror funziona solo quando le vittime sono abbastanza comuni da valere come nostre controfigure e abbastanza intercambiabili perché chiunque possa essere la prossima.

Quale è una scelta curiosa per un materiale così contenuto, e qui sta parte dell’interesse. Si è fatto un nome con lo spettacolo, con i pezzi di bravura a vittime di massa, minuziosamente calcolati, del suo cinema di catastrofi, le tempeste e le autostrade e le cose che cadono dal cielo. Qui restringe la tela a un unico set di fusoliera e tiene le mani su quasi tutto. Dirige, opera la macchina da presa e monta il film di persona. Questo triplo ruolo di solito tradisce un maniaco del controllo, un budget piccolo, o entrambi, e il film porta il vincolo allo scoperto. Un regista abituato a radere al suolo le città prova ora a spaventarti nello spazio di poche file di sedili.

La discendenza conta perché “Black Box” non pretende di reinventare nulla, ed è più forte quando lo ammette. Eredita la claustrofobia del thriller a porte chiuse e la innesta su qualcosa di più strano, il racconto di possessione, quello di invasione, il sospetto che il guasto non sia affatto nel cablaggio. Finché il film trattiene la sua risposta, la tensione tiene, perché il non sapere è tutto il motore. I passeggeri si spiano in attesa del primo segno di cambiamento, e l’aria riciclata della cabina inizia a sembrare un unico respiro condiviso e trattenuto.

Il guaio è che il film finisce per decidere cosa sia la minaccia, e quella decisione è il punto in cui la buona disposizione si assottiglia. Si appoggia con forza a un registro paranoico, da cappello di stagnola, che funziona molto meglio come suggestione che come spiegazione, e una volta chiusa la contabilità soprannaturale resta poco spavento da spendere. La critica che l’ha visto in sala è rimasta perlopiù poco convinta, concedendo una suspense ragionevolmente efficace e una mitologia assai meno, e il pubblico l’ha visto a stento, con un incasso che non ha mai superato le basse sei cifre. Il Guardian gli ha dato due stelle su cinque. Un set unico può concentrare la paura o esporre le cuciture, e questo riesce un po’ in entrambe le cose.

Tom Brittney in the Steven Quale horror film Black Box Flight 298
Tom Brittney in Black Box: Flight 298 (2026)

La sceneggiatura è di Stephen Susco, sviluppata da un’idea per cortometraggio, e la produzione arriva da Capstone Studios con Hammerstone Studios e Inzide Media, con un budget stimato attorno ai dieci milioni di dollari. È denaro modesto, speso quasi per intero in un’unica cabina chiusa, costruita per intrappolare la macchina da presa con la stessa cura dei passeggeri. Dura scarni ottantacinque minuti, classificato come horror e thriller, e non chiede di durare un minuto in più. Brittney a parte, l’ensemble è costruito con caratteristi in attività più che con nomi da locandina, il che si addice a una storia che ha bisogno di una folla credibile più che di una star.

Nessuna uscita italiana è confermata al momento. Il film è già disponibile in digitale negli Stati Uniti, dove è arrivato il 7 luglio, ed esce nelle sale in Spagna il 4 settembre, uno dei pochi mercati a offrirgli un percorso sul grande schermo anziché sul piccolo. Se una cabina sigillata funzioni meglio con sconosciuti che respirano attorno a te nel buio è, molto a proposito, una questione di nervi.

Cast

Tag: , , , , ,

Discussione

Ci sono 0 commenti.