Cinema

Mackenzie traveste una rapina da allarme bomba a Londra in Fuze

Martha O'Hara

Immaginate il centro di Londra con la corrente staccata di proposito. I fari da cantiere tagliano coni di luce dura sopra uno scavo, i giubbotti fluorescenti si muovono nella penombra e, sotto le macerie, riposa una spoletta più vecchia di chiunque le stia intorno. È questa immagine, una grande città spenta deliberatamente e ridotta a sagome e lampeggianti, il luogo in cui Mackenzie ambienta il suo thriller Fuze: e si capisce presto che qui la luce, o la sua assenza, pesa quanto la trama.

L’impianto sembra dapprima un film di procedura. Una bomba inesplosa della Seconda guerra mondiale riaffiora in un cantiere affollato, l’esercito e la polizia ordinano un’evacuazione di massa, parte un conto alla rovescia. Poi il film sposta i mobili senza alzare la voce. Il blackout che l’emergenza richiede, le strade vuote che produce, l’attenzione che risucchia: tutto si rivela esattamente ciò di cui ha bisogno una banda di ladri professionisti. Il salvataggio è la copertura. La rapina è il piano.

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Affidare ad Aaron Taylor-Johnson il ruolo dell’uomo con le mani sull’ordigno è il primo argomento del film. Interpreta Will Tranter come calma sotto pressione, il punto fermo attorno a cui si organizza tutto il resto, e proprio su quella immobilità contano i ladri perché ogni telecamera continui a guardare dalla parte sbagliata. Theo James e Sam Worthington portano l’altra forma di controllo, la competenza provata e sottovoce di chi questo edificio l’ha già misurato. Gugu Mbatha-Raw ed Elham Ehsas occupano lo spazio tra le due operazioni, là dove il confine tra chi salva la città e chi la svuota comincia a sfumare.

Mackenzie ha costruito la propria carriera su uomini sotto pressione dentro inquadrature strette. Il carcere di Starred Up, la disperazione del colpo in Hell or High Water, il fango e le mura d’assedio di Outlaw King: ama i sistemi chiusi e i personaggi costretti a continuare a lavorare mentre tutto si stringe. Qui sposta quell’istinto in una metropoli anziché in una cella o in una contea, e il sistema chiuso diventa il cordone di polizia stesso, l’anello di nastro entro il quale possono muoversi soltanto coloro che hanno una ragione, vera o inventata. Non è mai stato un regista appariscente: preferisce il clima, i volti e l’usura dei luoghi reali allo spettacolo, ed è anche per questo che una capitale al buio gli si addice.

Il vero soggetto è il buio

Ciò di cui il film parla davvero è la luce, e ciò che accade quando la togli. Staccare la corrente a una capitale non si limita ad aprire una finestra per il furto: cambia l’aspetto di ogni cosa. I caveau che dipendono dalla corrente, le telecamere che dipendono dalla corrente, l’intero sistema nervoso di una città moderna ammutolisce in un colpo solo. Mackenzie e la sua squadra alla fotografia appaiono più coinvolti da questa texture, quella di un luogo che ha perso il suo bagliore, e dal modo in cui una folla si muove quando la rete di sempre smette di rispondere. Il conto alla rovescia è il rumore; il buio è l’immagine. Ed è in questo spostamento, dal pericolo sonoro a quello visivo, che il film cerca la propria tenuta.

Nulla di tutto ciò garantisce che il trucco regga novantasei minuti. I thriller appesi a un solo depistaggio tendono a spendere troppo presto l’idea migliore, e la premessa apre una domanda a cui forse non vuole rispondere: se la bomba è inscenata, la paura della bomba è vuota, e un film che ammette che il suo pericolo è una scenografia deve trovarne in fretta uno reale. Un secondo indizio sta in quanto poco i mercati concordino sul nome. Il film viaggia come Fuze in inglese, The Criminals in Francia, Cuenta atrás in Spagna e, senza giri di parole, Ограбить Лондон, «Rapinare Londra», in Russia. Alcuni vendono la bomba, altri il furto. Che gli stessi distributori non riescano a mettersi d’accordo su cosa hanno davanti incuriosisce, e spinge a osservare se l’opera, invece, lo sappia.

Un film compatto con un’idea grande

Il cast principale riunisce Aaron Taylor-Johnson, Theo James, Gugu Mbatha-Raw, Elham Ehsas e Sam Worthington, con Mackenzie alla regia di una sceneggiatura costruita attorno alle due operazioni. È un film compatto per scelta, un dramma d’azione e crimine che insegue insieme la velocità del cinema di rapina e la grana di un procedurale londinese.

Fuze dura novantasei minuti. Al momento non risulta confermata un’uscita italiana nelle sale; sul piano internazionale il film è già arrivato in diversi mercati, prima negli Stati Uniti e poi nel Regno Unito. Se la città resti al buio abbastanza a lungo da contare è ciò che la distribuzione sta per mettere alla prova.

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