Cinema

L’Asian Cinema Fund di Busan punta sul documentario: 7 dei 12 sostegni vanno alla non fiction

Sette dei dodici sostegni 2026 del fondo sono andati a progetti documentari — una scommessa silenziosa sul genere che meno incassa al box office asiatico
Molly Se-kyung

Delle tre cose che un fondo cinematografico può finanziare — una sceneggiatura, un film finito o quel lungo e incerto territorio di mezzo in cui nascono i documentari —, Busan ha appena speso gran parte del suo budget 2026 nell’ultima. L’Asian Cinema Fund, il braccio di sviluppo innestato nel mercato industriale del Busan International Film Festival, ha annunciato questa settimana 12 beneficiari, e sette sono documentari. In una regione dove la non fiction raramente arriva in sala, quella ripartizione si legge meno come beneficenza che come convinzione: la scommessa che è nel documentario che si raccontano ancora le storie più urgenti dell’Asia.

I 12 progetti sono stati scelti tra 798 candidature, come ha riportato per primo Variety, su tre linee: tre sostegni allo sviluppo della sceneggiatura, due alla post-produzione e sette dal fondo Asian Network of Documentary. I premi alla sceneggiatura sono andati a ‘Babak’, il dramma sui rifugiati germano-indiano di Payal Sethi; ‘Bon Voyage’, la storia di lutto irano-statunitense di Mehrnoush Alia; e ‘Goldfish’, ambientato a Sulawesi, di Aditya Ahmad — ciascuno abbina una dotazione economica a un posto all’Asian Project Market dell’anno prossimo, il tavolo in cui Busan trasforma una logline in finanziamento.

È la lista dei documentari a tracciare con più chiarezza gli istinti del festival. ‘Tongues of Fire’ di Alyx Ayn Arumpac torna sulle battaglie filippine per la responsabilità storica; ‘Pellong Pellong’ di Jude Hwirin Kang riapre la memoria della rivolta di Jeju 4·3; ‘When Words Return’ di Jung Sueun si addentra nelle storie della mobilitazione forzata in tempo di guerra. Non sono scommesse commerciali sicure: sono esattamente i film che i festival esistono per sostenere quando nessuna emittente lo farà.

Cinque dei dodici sono coproduzioni internazionali, la struttura che sempre più tiene a galla il cinema d’autore asiatico di medio budget. Ahmad è cresciuto nella stessa Asian Film Academy di Busan nel 2014: il fondo raccoglie in silenzio un talento seminato un decennio prima. I due sostegni alla post-produzione, entrambi per film coreani — ‘Not for You’ di Shin Dongmin e ‘Some Detective’ di Kim Miyoung —, arrivano come contributo in natura: color grading, missaggio del suono, sottotitolaggio e creazione del DCP, quei costi di finitura poco glamour che incagliano gli esordienti.

Entrambi i titoli coreani in post-produzione debutteranno quest’anno alla 31ª edizione del Busan International Film Festival, in programma dal 6 al 15 ottobre 2026, con l’Asian Contents & Film Market riunito dal 10 al 13 ottobre.

Su 798 aspiranti, dodici se ne vanno con dei soldi — e sette li spenderanno nel genere che quasi mai li restituisce. Busan, per ora, continua a considerarlo il senso di tutto.

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