Arte

Artissima 2026: Thomas Dane Gallery celebra l’artista Marisa Merz nel centenario torinese

Mentre la sua città natale apre una retrospettiva in tre sedi, la galleria mette l’artista dell’Arte Povera al centro del suo stand
Lisbeth Thalberg
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Marisa Merz faceva arte con ciò che una casa tiene vicino: filo di rame lavorato a maglia come lana, cera, argilla, le piccole scarpette che indossava. Per decenni è stata l’unica donna ai margini dell’Arte Povera, al lavoro in casa a Torino mentre gli igloo del marito Mario Merz si prendevano la scena. A cent’anni dalla nascita, l’artista è protagonista di una retrospettiva distribuita fra tre istituzioni torinesi, e Thomas Dane Gallery ha costruito attorno a lei il proprio stand all’Artissima di quest’anno, con la preview della fiera che cade nel giorno in cui apre la mostra al museo.

La galleria apre con un unico Merz, senza titolo e senza data: un foglio alto, non incorniciato, appoggiato a una parete bianca, dove un volto pallido, simile a una maschera, affiora da nuvole di blu spruzzato e da un bagliore di linee dorate, punteggiato di piccoli dischi color ruggine. È un motivo a cui è tornata per decenni, il volto come qualcosa di disegnato a metà e a metà dissolto, più vicino a un’apparizione che a un ritratto.

Marisa Merz painting Senza Titolo, a pale face amid swirling blue and gold lines on a large unframed sheet leaning against a white wall
Marisa Merz, Senza Titolo, n.d. © Fondazione Merz. Courtesy Thomas Dane Gallery

Intorno a lei, lo stand riunisce altri undici artisti della scuderia della galleria: Igshaan Adams, Luigi Ghirri, Jake Grewal, Patricia Leite, Glenn Ligon, Jean-Luc Moulène, Catherine Opie, Paul Pfeiffer, Amie Siegel, Jimmy Wright e Akram Zaatari. Lo spettro va dalle quiete fotografie a colori di Ghirri sul quotidiano italiano ai lavori di Ligon costruiti sul testo, dedicati a linguaggio e razza: uno stand in fiera è anche una presa di posizione sulle compagnie che si scelgono.

La retrospettiva, La danza delle ore, suddivide il lavoro di Merz tra il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Merz e la GAM, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea della città. Merz era nata a Torino nel 1926, aveva ricevuto il Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2013 ed è morta nel 2019. Secondo la galleria, la mostra comprende opere mai esposte prima ed è organizzata attorno a tre idee: processo e materia, il tempo quotidiano con la casa come «laboratorio alchemico», e lo spazio come luogo insieme fisico e metafisico. I curatori di ciascuna sede, tra cui Beatrice Merz per la Fondazione, l’hanno costruita insieme.

L’idea della casa come laboratorio è colta al meglio nella fotografia di Claudio Abate che ritrae Merz alla Galleria L’Attico di Roma nel 1975: seduta accanto a una finestra aperta di notte, di spalle all’obiettivo, i piedi nelle scarpette a maglia premuti contro il muro. L’opera si indossa, non si espone.

Marisa Merz seen from behind, seated by an open window at night, her feet in knitted slippers raised against the wall
Marisa Merz wearing Scarpette, Galleria L’Attico, Rome, 1975. Photo: Claudio Abate. Courtesy Thomas Dane Gallery

Amie Siegel, i cui film seguono le vite nascoste degli oggetti, parlerà di I diseredati / The Dispossessed in una conversazione intitolata Reverse Archaeology al Museo Egizio. Paul Pfeiffer è presente in Broken. The Power of the Fragment a Palazzo Strozzi a Firenze, mentre lo spazio napoletano della galleria espone A sunset, a ruin, a crowd, and a battle di Cecily Brown.

Artissima, giunta alla 33ª edizione sotto la direzione di Luigi Fassi, si tiene all’Oval Lingotto dal 30 ottobre al 1º novembre, dopo una preview su invito il 29 ottobre. Lo stand di Thomas Dane Gallery è indicato come Hallway Yellow 10 / Dark Blue 9. La danza delle ore resta aperta dal 29 ottobre al 4 aprile 2027, Siegel interviene il 31 ottobre, la mostra di Palazzo Strozzi prosegue fino al 24 gennaio 2027 e Cecily Brown resta a Napoli fino al 19 dicembre.

Per un’artista che lavorava alla scala di una mano e di un tavolo da cucina, il centenario fa qualcosa di insolito: lascia che un’intera città tenga il tempo delle sue ore.

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