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Dear Child: un thriller avvincente che sfugge alle convenzioni

Martin Cid
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Quando Jasmin (Kim Riedle) si ritrova in una stazione di polizia tedesca, con il corpo scosso dai tremiti e gli occhi spalancati, in cui si mescolano terrore e determinazione, Dear Child si presenta subito come qualcosa di più di un consueto thriller su un rapimento. La camicia da notte sporca che indossa e la fuga dopo anni di prigionia non sono soltanto un gesto fisico: sono la prima tessera di un puzzle costruito con cura, capace di tenere lo spettatore avvinto. Creata da Isabel Kleefeld e Julian Pörksen, questa miniserie in sei episodi è tratta dal romanzo di Romy Hausmann Liebes Kind (tradotto da Jamie Bulloch) e sprigiona un’atmosfera inquietante che persiste ben oltre i titoli di coda.

In apparenza, la premessa è semplice: una donna fugge da una casa isolata in cui era tenuta prigioniera insieme a due bambini, dando il via a un’indagine di polizia su una scomparsa avvenuta 13 anni prima. Ma Dear Child si rivela presto tutt’altro che lineare. I detective — l’agente Aida Kurt (Haley Louise Jones), l’investigatore della polizia criminale Gerd Bühling (Hans Löw) e gli altri — si ritrovano invischiati in una rete di inganni, traumi e manipolazioni psicologiche che li costringe a mettere in dubbio tutto ciò che credevano di sapere.

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Ciò che distingue Dear Child è il suo rifiuto di seguire le regole. La serie non si limita a sovvertire le aspettative: le smonta completamente. La prima metà è una lezione magistrale di tensione: la regia di Kleefeld e Pörksen crea un’atmosfera opprimente che rispecchia la claustrofobia della prigionia di Jasmin. La fotografia è essenziale, quasi clinica, e inquadra il controllo meticoloso che il suo carceriere esercita sulla sua vita: pasti a orari rigidamente prestabiliti, pause per andare in bagno sorvegliate, obbedienza imposta con una calma agghiacciante. La serie riesce a farci chiedere chi sia la vera vittima: la donna che è riuscita a fuggire o i bambini cresciuti in questo ambiente distorto.

Le interpretazioni sono una componente fondamentale del successo di Dear Child. Kim Riedle offre un ritratto di Jasmin che lascia il segno, dosando con precisione vulnerabilità e astuzia, tanto che è impossibile distogliere lo sguardo da lei. La sua prova procede in equilibrio precario tra paura e manipolazione, senza mai sbilanciarsi troppo da una parte o dall’altra. Naila Schuberth e Sammy Schrein, nei panni dei bambini Hannah e Jonathan, conferiscono ai personaggi un’autenticità inquietante e fanno della loro morale ambigua uno degli elementi più incisivi della serie. Il modo in cui si muovono nella loro realtà distorta è al tempo stesso straziante e agghiacciante, e dimostra il talento dei giovani attori.

Nei panni di Hans Beck, il padre di Lena, Justus von Dohnányi offre un’interpretazione di grande intensità, che dà solidità al nucleo emotivo della serie. Il suo personaggio è un intreccio complesso di amore, ossessione e controllo, e diventa così una delle figure più avvincenti della storia. La capacità di von Dohnányi di trasmettere emozioni profonde con lievi espressioni del volto e dialoghi misurati è davvero notevole. Porta sulle spalle il peso della serie, e lo fa con eleganza.

Merita una menzione anche il cast di supporto. Haley Louise Jones, nel ruolo dell’agente Aida Kurt, dà all’indagine un solido punto di riferimento: il suo personaggio guida il pubblico attraverso il labirinto di menzogne. Hans Löw, nei panni dell’investigatore della polizia criminale Gerd Bühling, aggiunge professionalità e scetticismo, contribuendo a mantenere equilibrata la narrazione. Julika Jenkins interpreta Karin Beck, la madre di Lena, con una prova straziante che mette in luce il prezzo emotivo che la scomparsa impone alla famiglia.

Uno degli aspetti più avvincenti della serie è il modo in cui affronta il trauma. Esplora le conseguenze psicologiche della prigionia non soltanto su Jasmin, ma anche sui bambini, che non hanno mai conosciuto un’altra vita. La storia pone domande scomode sulla natura della vittimizzazione e sulla capacità di autodeterminarsi, costringendo chi guarda a confrontarsi con l’idea che, anche nelle situazioni più buie, le persone possano trovare il modo di adattarsi e sopravvivere.

È però nel tratto finale che Dear Child mostra i suoi limiti. Il mistero si dipana attraverso rivelazioni così ravvicinate e rapide che parte del peso emotivo finisce per andare perduta. L’arco narrativo del personaggio di von Dohnányi, svelato con un colpo di scena nel finale, sembra affrettato più che guadagnato. Anche l’esplorazione del trauma e delle sue ripercussioni è avvincente, ma a volte sacrifica la profondità in favore dell’effetto shock. Alcuni personaggi secondari, come Karin Beck interpretata da Jenkins, sono sfruttati troppo poco e restano nell’ombra del mistero centrale.

Il suo viaggio cupo e adrenalinico non lascia tregua, ma a tratti l’ambizione supera la realizzazione e alcuni fili narrativi restano in sospeso. I temi della serie — il trauma, la manipolazione e i confini sfumati tra vittimizzazione e autodeterminazione — sono trattati con sensibilità, ma nella seconda metà il ritmo appare discontinuo.

Dear Child è una serie che pretende la massima attenzione. Non fa per chi cerca un mistero lineare da seguire senza impegno: è pensata per chi ama i thriller psicologici capaci di metterlo alla prova a ogni svolta. I suoi punti di forza sono le interpretazioni, la regia e la capacità di sovvertire le aspettative; i limiti, altrettanto evidenti, stanno in una conclusione frettolosa e in alcuni personaggi secondari poco sviluppati.

Nelle prime due settimane dall’uscita, la serie è stata il titolo non in lingua inglese più visto su Netflix, entrando nella top 10 di oltre 90 Paesi. Questo successo internazionale testimonia la portata universale dei temi affrontati e la forza di una narrazione che tiene il pubblico incollato allo schermo. È un ritratto cupo del ruolo delle donne nei confronti degli uomini e di come anche uomini «buoni» e amorevoli possano essere complici di un sistema di oppressione.

Rispetto ad altri crime drama, Dear Child regge il confronto grazie al suo approccio originale alla manipolazione psicologica e al trauma. Le manca però la tensione costante di serie come The Killing e la profondità emotiva di Broadchurch. È efficace nel creare un’atmosfera di inquietudine e suspense, ma a volte non riesce a offrire un finale appagante, capace di chiudere tutti i fili rimasti in sospeso.

In definitiva, Dear Child è un’aggiunta avvincente, seppur imperfetta, al genere crime. È una serie che continuerà a farvi interrogare su ciò che avete visto anche dopo i titoli di coda. Per gli appassionati di thriller psicologici e di personaggi complessi, è una visione imperdibile.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

  • Naila Schuberth — Hannah
  • Sammy Schrein — Jonathan

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