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Big Chicken: il complotto del fast food su Netflix — Mo Gilligan mangia pollo fritto per 28 giorni per dimostrare chi ha costruito la voglia

Molly Se-kyung

Mo Gilligan ha accettato di rovinarsi il corpo davanti alla telecamera, ed è qui il trucco. Per 28 giorni mangia pollo fritto tre volte al giorno e nient’altro, mentre una troupe riprende che cosa succede a un uomo che prima afferrava la stessa vaschetta senza pensarci. L’esperimento è l’esca. Il film che sta sotto pone un’altra domanda: chi ha deciso che dovesse desiderarlo, perché lo aspettava sotto casa e perché costava così poco.

Big Chicken: il complotto del fast food parte come prova di resistenza e si indurisce fino a diventare inchiesta. Gilligan, comico da stand-up al suo primo documentario, ricorre all’espediente più vecchio del genere: mettere a dieta il conduttore, attaccarlo agli strumenti, guardare i numeri muoversi. Il paragone che il film stesso invita è Super Size Me. La differenza sta in dove punta la telecamera quando il mese finisce. Morgan Spurlock si fermava al corpo; Gilligan lo usa come porta e la attraversa.

È questa decisione a reggere l’opera. La pressione, il sonno, il peso sono reali, e il film li spende, ma sono la soglia, non la meta. Una volta dentro, Gilligan riavvolge la voglia: esce dalla friggitoria del sud di Londra, attraversa l’Atlantico, entra nelle linee avicole industriali e negli archivi pubblicitari. La domanda che insegue non è quella del format. Non che cosa gli fa il pollo fritto, ma chi ha organizzato che lo mangiasse, perché qui e perché a così poco.

Mette la propria posizione al centro. Gilligan è un comico britannico nero, e il pollo fritto da un secolo è accostato a uno stereotipo razziale, venduto e deriso nella stessa frase. Tratta quella storia come prova, non come contorno. Il film segue come un piatto dalle radici profonde nella cucina afroamericana sia stato industrializzato, dato in franchising e poi rivenduto alle comunità su cui era stato caricaturizzato. Questo filo è la parte che l’angolo della sfida alimentare tende a seppellire, ed è quella che dà al documentario la spina dorsale.

La casa di produzione annuncia l’intenzione. Mindhouse, la società costruita da Louis Theroux, realizza documentari in prima persona in cui il conduttore è lo strumento e non l’ornamento. La regista Liana Stewart tiene vivo il ritmo comico di Gilligan mentre il materiale si fa serio, così a persuadere è il tono quanto il dato. Quando arrivano i numeri, cadono su uno spettatore che stava ancora ridendo.

Sotto l’esperimento personale c’è la macchina a cui punta il titolo. Un’economia del fast food che rende un pasto di pollo fritto le calorie calde più economiche della strada, progettate per essere accessibili proprio dove mancano tempo e denaro. Un allevamento industriale che produce polli a una scala e a una velocità che quasi nessuno immagina. Un costo sanitario che non si distribuisce in modo uniforme, ma si concentra nei quartieri con più insegne per chilometro quadrato. La voglia è stata costruita. Qualcuno l’ha costruita. Qualcuno continua a costruirla.

La forza del film è che Gilligan non è esterno a ciò che descrive. Non è uno scienziato in visita: è un cliente cresciuto lì dentro, e il film non glielo fa dimenticare. L’affetto è reale. La friggitoria è luogo di ritrovo tanto quanto problema di salute pubblica. Big Chicken tiene il piacere e il costo nella stessa mano, e per questo l’inchiesta si legge come resa dei conti e non come predica.

Big Chicken: A Fast Food Conspiracy
Big Chicken: A Fast Food Conspiracy

Ciò che l’esperimento non può chiudere è il divario che porta alla luce. Gilligan può smettere di mangiare; l’industria non smette di vendere, gli allevamenti non si fermano, la pubblicità continua ad agire sul prossimo che entra stanco e di fretta. Il conduttore redento è un dato; il sistema che ha descritto è la costante.

Big Chicken: il complotto del fast food è diretto da Liana Stewart e prodotto da Mindhouse. Il lungometraggio dura 96 minuti ed esce in tutto il mondo su Netflix il 5 agosto 2026.

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