Videogiochi

L’età d’oro delle sale giochi di Akihabara riaffiora nelle foto inedite del Club SEGA

Le immagini di Colin Williamson tra sale giochi, fiere e vetrine di Tokyo raccontano la cultura che circondava i videogiochi
Cassian Vale
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La storia dei videogiochi si conserva soprattutto come software. Le cartucce vengono copiate, le schede arcade emulate, le colonne sonore rimasterizzate. Quello che raramente sopravvive è il luogo: l’angolo di strada, la vetrina, la torre di televisori di un negozio di elettronica di Tokyo a cavallo del millennio. È il vuoto che la Video Game History Foundation prova ora a colmare, una fotografia alla volta.

La nuova aggiunta alla biblioteca digitale gratuita della VGHF è la Colin Williamson Photography Collection, il lavoro di un giornalista statunitense che ha seguito il Giappone per IGN, PC Gamer e altre testate negli anni del boom del settore. Williamson frequentava il Tokyo Game Show e la fiera arcade JAMMA, intervistava autori come Hideo Kojima e il compositore Nobuo Uematsu e portava con sé una fotocamera digitale quando era ancora una novità. Tra un incarico e l’altro girava per le vie laterali di Akihabara, continuando a scattare.

Red facade of the Club SEGA arcade in Akihabara, Tokyo, with pedestrians on the street
The Club SEGA arcade in Akihabara. Photo: Colin Williamson / Video Game History Foundation

La collezione esordisce con oltre 300 immagini. Alcune sono le istantanee da fiera che ci si aspetterebbe: gli stand di Gran Turismo 3: A-Spec, un allestimento di Shenmue con tanto di muletto, una promozione in strada di Space Channel 5 con il produttore Tetsuya Mizuguchi e lo Space World di Nintendo, dove l’azienda mostrò il Game Boy Advance.

Gli scatti più preziosi sono quelli che nessuno pensava di conservare. La facciata rossa del Club SEGA. L’insegna di SEGA Hi Tech Land con Sonic the Hedgehog. Pile di televisori a tubo catodico e monitor per PC, pubblicità di Jet Set Radio e Final Fantasy IX. È la trama di una cultura videoludica che viveva in pubblico, per strada, prima di ritirarsi quasi del tutto negli schermi e nei negozi digitali.

Nell’annuncio, il direttore della biblioteca della VGHF, Phil Salvador, lo dice senza giri di parole: «Possiamo considerare foto come queste poco interessanti quando le scattiamo, ma decenni dopo possono diventare un’importante istantanea della storia». Le immagini sono consultabili e utilizzabili gratuitamente a fini educativi, e Williamson ha ripercorso i suoi anni in Giappone nel podcast della fondazione, Video Game History Hour.

La collezione arriva insieme al rapporto annuale d’impatto della VGHF. La biblioteca digitale, aperta nel 2025, conta ormai più di 8.000 elementi catalogati, circa 61.000 file. Il rapporto ricorda anche il salvataggio di Xcavator, un gioco per NES incompiuto e cancellato nel 1991, il cui codice sorgente la fondazione ha recuperato dalla famiglia del compianto programmatore Chris Oberth; è stato poi pubblicato con Mega Cat Studios e iam8bit, con i profitti destinati alla conservazione. La fondazione ha inoltre acquisito Computer Entertainer, una delle prime riviste di videogiochi americane, digitalizzandola interamente con licenza Creative Commons.

«Sapevamo che le persone erano interessate a una storia autentica, curata da esseri umani, ma non avevamo idea di quanto sarebbe stata popolare questa risorsa», ha dichiarato il direttore esecutivo Frank Cifaldi, che ha fondato l’organizzazione no profit nel 2017. Il prossimo appuntamento è la raccolta fondi invernale, che parte il 1° dicembre, Giving Tuesday, e prosegue per tutto il mese con video e articoli su pionieri influenti e progetti cancellati.

Un cabinato si può emulare per sempre. Un angolo di Akihabara no, a meno che qualcuno non fosse lì con una macchina fotografica.

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