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HBO restituisce a Shelley Beattie la voce che il mondo udente le aveva tolto

Camille Lefèvre

Per due decenni Irene Taylor è tornata, film dopo film, alla stessa domanda senza risposta: cosa si perde quando il mondo udente non può, o non vuole, ascoltare? Il suo documentario d’esordio seguiva i suoi genitori sordi; Moonlight Sonata: Deafness in Three Movements accompagnava suo figlio e suo padre attraverso una diagnosi generazionale; I Am: Celine Dion documentava un’artista che lottava per riappropriarsi di una voce che il mondo trattava come propria. In SIREN: The Voices of Shelley Beattie, Taylor trova un soggetto che incarna tutti quei film insieme — e che non ha mai ricevuto, in vita, l’ascolto che meritava.

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Shelley Beattie perse l’udito a tre anni. Diventò bodybuilder professionista a ventidue, classificandosi tra le prime tre al Ms. Olympia e al Ms. International negli stessi anni in cui diventava famosa per un pubblico completamente diverso. Tra il 1992 e il 1997 partecipò a quarantaquattro episodi di American Gladiators con il nome di Siren, leggendo i segnali visivi dell’arbitro e dei colleghi mentre il pubblico la acclamava agitando le mani e battendo i piedi invece di applaudire. Era, in entrambi i mondi, un problema di traduzione che la telecamera non riconobbe mai.

L’idea strutturale centrale del film — ed è un’idea, non solo un espediente — consiste nel far passare la storia di Beattie attraverso Marlee Matlin. La più giovane attrice ad aver vinto il Premio Oscar come migliore attrice, e lei stessa sorda, Matlin scoprì la storia di Beattie durante una ricerca in internet e ne riconobbe la forma: la fama che coesiste con la discriminazione, la forza pubblica che maschera la sofferenza privata, la fatica estenuante di muoversi in un mondo calibrato per persone diverse da lei. Matlin cercò Taylor. Ciò che seguì è un film costruito attorno a due vite che scorrono in parallelo, la testimonianza vivente che illumina quella archivata.

Marlee Matlin smiling at her Hollywood Walk of Fame star ceremony
Marlee Matlin at her Hollywood Walk of Fame star ceremony, 2009. Photo: Angela George (CC BY-SA 3.0)

SIREN attinge ad archivi, video domestici, interviste intime e alle opere d’arte personali di Beattie, che Taylor usa non come illustrazione ma come prova: il registro di una vita interiore che la versione televisiva di lei non aveva mai avuto spazio per mostrare. Tra i partecipanti figurano la madre e i fratelli, il suo allenatore e compagno di vita John Romano, ex gladiatori americani, ex concorrenti del Ms. Olympia ed Ed Connors, cofondatore del Gold’s Gym. Ciò che queste testimonianze ricostruiscono non è una narrativa di redenzione, ma qualcosa di più preciso: il ritratto di una donna che trovò, nella disciplina fisica del bodybuilding competitivo e nella comunità sorda, un linguaggio per un sé che il mondo udente le chiedeva continuamente di sopprimere.

Beattie morì nel 2008 a quarant’anni. La domanda che Taylor e Matlin pongono — cosa occorre per proteggersi in modo così totale, e cosa costa proteggersi così — non è una domanda comoda. È però quella giusta. SIREN: The Voices of Shelley Beattie debutta il 22 settembre su HBO, con la messa in streaming su Max il giorno successivo. Una versione simultanea in lingua dei segni americana (ASL), interpretata da Angela «AV» Vilavong e diretta da Justin Jackerson, sarà anch’essa disponibile su Max.

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