Cinema

«Le città di pianura» porta il suo giro di osterie e otto David oltre i confini

Liv Altman

Due uomini abbondantemente oltre i cinquanta, squattrinati e splendidamente indifferenti alla cosa, passano una notte a percorrere la pianura veneta in cerca di un altro bar, un altro bicchiere, un’altra scusa per non tornare a casa. Nella loro orbita capita Giulio, un timido studente di architettura convinto che la serata finisca presto. «Le città di pianura» segue i tre di bancone in bancone attraverso la bassa, e tutto il motore comico del film sta nello scarto tra l’idea ordinata e progettata del mondo dello studente e il rifiuto dei due bevitori di programmare qualcosa oltre il prossimo goccio.

È un road movie che non lascia mai davvero casa, un racconto picaresco costruito su osterie di provincia, leggende ricordate a metà e un tesoro sepolto di cui si vocifera, che dà al girovagare la forma appena sufficiente per sembrare una ricerca. Sossai tratta la campagna piatta e senza gloria tra i paesi come un paesaggio da prendere sul serio, e lascia che l’assenza di meta del terzetto si rapprenda, lentamente, in qualcosa di più simile a un’educazione. Quella che comincia come una commedia su uomini che rimandano il sonno diventa un film su come una generazione più vecchia e disordinata consegna a una più giovane i propri appetiti e le proprie delusioni.

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Il cast è la tesi. Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla interpretano Carlobianchi e Doriano come una coppia dalla dignità logora, non tanto sollievo comico quanto centro malinconico del film, due uomini la cui spavalderia è soprattutto un modo per restare in piedi. Romano in particolare regge l’intera impalcatura, e il settore se n’è accorto: il suo Carlobianchi ha vinto il David come migliore attore protagonista. Nei panni di Giulio, Filippo Scotti, il giovane protagonista di «È stata la mano di Dio» di Paolo Sorrentino, fa la spalla seria, tutto sguardi e frasi lasciate a metà, un volto fatto per assorbire il caos altrui. L’accoppiata dice che tipo di film questo vuole essere: non un film sui giovani, ma uno studio su ciò che i giovani ereditano.

Per un’opera prima, arriva con una consapevolezza insolitamente chiara dei propri antenati. Due vecchi mattacchioni e un giovane ingenuo sono la spina dorsale della commedia italiana su strada, la forma che Dino Risi e i suoi contemporanei ricavarono da un’automobile veloce, un uomo maturo e sconsiderato e uno più giovane troppo educato per dire di no, e Sossai gioca dentro quella tradizione invece di fingere di inventarla. Ci infila anche qualcosa di più particolare: gli studi di Giulio spingono il film verso l’architettura vera, compresa una deviazione al severo memoriale circolare in cemento di Carlo Scarpa, così che il bere e il progettare continuino a commentarsi a vicenda. È un debutto che legge la tradizione a cui appartiene e la rivede dall’interno.

Quella scioltezza è stata premiata. Il film è partito nella sezione Un Certain Regard a Cannes, poi è tornato a casa e ha fatto incetta di David di Donatello, vincendone otto tra cui miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura originale. Un esordio che si prende il massimo premio nazionale in modo così netto è abbastanza raro da valere come una dichiarazione su dove il cinema italiano pensa stia il proprio futuro: nella texture regionale e in soggetti poco alla moda, più che in una lucentezza pronta all’esportazione.

Niente di tutto questo garantisce che il film viaggi. La sua comicità è intrisa di un registro provinciale preciso, cadenze dialettali, malinconia locale, la noia particolare di paesi che gran parte degli spettatori non saprebbe collocare su una mappa, e i sottotitoli appiattiscono proprio la texture che il pubblico di casa ha premiato. Un trionfo ai premi è un verdetto interno, non internazionale, e molte commedie amatissime in patria si arenano appena varcano un confine. Il titolo internazionale rende il rischio visibile sul manifesto: «The Last One for the Road» baratta la malinconia geografica dell’originale, le città della pianura, con uno slogan da giro di bevute, e qualcosa di specifico va perduto nel cambio.

A still from the Francesco Sossai film The Last One for the Road released in 2025
A scene from The Last One for the Road (2025)

Accanto a Romano, Capovilla e Scotti, il cast comprende Roberto Citran nei panni del Cavalier Fadìga e Andrea Pennacchi in quelli di Genio. Sossai dirige da una sceneggiatura scritta con Adriano Candiago. Il film è una coproduzione tra Italia e Germania, firmata da Vivo Film e Rai Cinema con la tedesca Maze Pictures, con le vendite internazionali affidate a Lucky Number e la distribuzione italiana a Lucky Red; in Nord America esce con Music Box Films.

«Le città di pianura» dura circa 98 minuti. È uscito nelle sale italiane lo scorso 25 settembre, ha raggiunto i cinema francesi in primavera e, dal 1° maggio, una selezione di sale statunitensi con Music Box Films; è arrivato sugli schermi britannici il 10 luglio. In Spagna uscirà, rititolato «La última ronda en Venecia», il 31 luglio. Una data di uscita nelle sale tedesche, nonostante la coproduzione con la Germania, non è ancora stata confermata.

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