Cinema

Dodici stati portano la fusione Paramount-Warner davanti a un tribunale federale per bloccarla

Guidati dal procuratore della California Rob Bonta, chiedono uno stop d’urgenza: un solo proprietario controllerebbe un terzo dei blockbuster
Veronica Loop

I procuratori generali degli Stati Uniti sono ormai l’ultima istituzione disposta a frapporsi tra Hollywood e la sua stessa concentrazione, ora che i riflessi antitrust di Washington si sono affievoliti — e una dozzina di loro ha deciso che questa battaglia vale la pena di essere portata avanti, non abbandonata. Il bersaglio è l’acquisizione da parte di Paramount dell’attività di Warner Bros. Discovery, un’operazione da circa 110 miliardi di dollari che riunirebbe sotto un unico proprietario due dei patrimoni fondanti del sistema degli studios, spostando lo scontro dai vari tribunali statali a una corte federale, dove la legge antitrust fondamentale del paese si trova improvvisamente sotto processo.

Come riportato da Deadline, una coalizione di dodici stati — California, Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington — chiede a un giudice federale un provvedimento restrittivo temporaneo e un’ingiunzione preliminare per bloccare la fusione prima che le società possano perfezionarla. A guidare il gruppo è il procuratore generale della California Rob Bonta, che imposta il caso sulla base del Clayton Act, la legge del 1914 scritta appositamente per fermare le fusioni che soffocano la concorrenza prima che il danno sia fatto.

L’argomento centrale riguarda le dimensioni pure. Secondo l’ufficio di Bonta, una combinazione tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery controllerebbe quasi un terzo della programmazione via cavo americana e oltre un terzo dei blockbuster che costituiscono l’ossatura del calendario cinematografico — una concentrazione che metterebbe la montagna della Paramount, lo scudo della Warner, CBS, HBO, CNN e franchise come DC e Star Trek dietro un’unica porta di consiglio d’amministrazione. “La concorrenza è linfa vitale per un’economia sana e vivace”, ha dichiarato Bonta, definendo l’operazione una minaccia per i prezzi e la scelta dei consumatori, non una semplice riorganizzazione aziendale di routine.

Questa escalation è significativa perché la resistenza degli stati sembrava in crisi. Solo pochi giorni prima, l’Oregon aveva silenziosamente ritirato una richiesta individuale, intentata in un tribunale statale, per ottenere i documenti di Paramount — un arretramento letto all’epoca come una resa; oggi sembra piuttosto un riposizionamento, con l’Oregon tra i dodici nomi che figurano in un’unica denuncia federale. Paramount, guidata da David Ellison tramite Skydance, ha bollato la causa come “un’applicazione fundamentalmente errata delle leggi antitrust”, che è “sbagliata sia sui fatti che sul diritto”, mantenendo la stessa posizione imperturbabile già adottata quando aveva liquidato le precedenti richieste di indagine da parte degli stati.

L’urgenza è un problema di calendario. Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha già dato il via libera all’accordo, e l’Unione Europea dovrebbe pronunciarsi intorno al 22 luglio — il momento in cui, avvertono gli stati, Paramount potrebbe procedere alla chiusura dell’operazione nel giro di pochi giorni. L’accordo di fusione prevede una data ultima del 4 marzo 2027, e una penale di circa 7 milioni di dollari al giorno colpisce Paramount una volta superato il 30 settembre — una pressione che, secondo gli stati, spinge l’azienda a forzare i tempi per evitare i controlli.

Per una generazione intera, il destino di uno studio si è deciso nei consigli d’amministrazione di Hollywood e, occasionalmente, in qualche aula parlamentare di Washington. Questa settimana la partita è finita in un tribunale federale di Sacramento, dove dodici avvocati statali chiedono a un giudice di fare ciò che le autorità di regolamentazione non hanno fatto — tenere ferma l’operazione abbastanza a lungo da chiedersi se un terzo dei blockbuster americani debba appartenere a una sola azienda.

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