Cinema

Code 8: Una cupa storia di supereroi critica l’oppressione attraverso una lente cruda

Martin Cid
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La prima inquadratura di Code 8 indugia su una strada crepata e poverissima di Lincoln City, dove le luci al neon lampeggiano come stelle morenti. Questa tetra ambientazione fa da sfondo all’espansione cinematografica di Jeff Chan del suo cortometraggio del 2016, un ibrido di fantascienza e azione che mescola i cliché dei supereroi con una critica spietata della sorveglianza militarizzata. Il film segue Connor Reed (Robbie Amell), un operaio edile con modeste capacità telecinetiche, mentre naviga in un mondo dove i dotati sono sistematicamente oppressi.

La Lincoln City di Chan è un netto distacco dalle metropoli scintillanti delle tradizionali storie di supereroi. Qui, il 4% della popolazione nato con abilità straordinarie vive nella miseria, sotto l’occhio vigile di una forza di polizia pesantemente militarizzata. La tavolozza visiva del film—blu e grigi smorzati punteggiati dal bagliore crudele delle insegne al neon—rinforza questo senso di decadimento. La regia di Chan è implacabile nella sua rappresentazione dell’oppressione sistemica, con droni che pattugliano i cieli come avvoltoi meccanici e telecamere di sorveglianza nascoste a ogni angolo.

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La premessa del film è affascinante: e se i superpoteri non portassero all’eroismo o alla ricchezza, ma condannassero invece i loro possessori a vite di povertà e persecuzione? Code 8 sfrutta questa fantascienza ad alto concetto per criticare la crescente violenza dello Stato di polizia militarizzato, soprattutto nell’era della sorveglianza. Le sequenze d’azione, pur essendo sparse, sono ben coreografate e viscerali. Un momento memorabile vede Connor usare la sua telecinesi per navigare una sparatoria caotica, i suoi poteri che lampeggiano come una lampadina morente mentre lotta per mantenere il controllo. È una scena tesa e fisicamente impegnativa che sottolinea il tema centrale del film: il potere non è solo un dono, ma anche un fardello.

Robbie Amell offre una performance intensa come Connor Reed, incarnando sia la fisicità delle capacità del personaggio che il peso emotivo della sua disperata situazione. La sua interpretazione dello struggimento interno di Connor—bilanciare l’esigenza di aiutare la madre malata con il dilemma morale di lavorare per criminali—è sfumata e coinvolgente. Tuttavia, l’arco narrativo di Connor appare a tratti sottosviluppato, le sue motivazioni talvolta confuse. Il film avrebbe tratto beneficio da ulteriori momenti introspettivi, permettendoci di esplorare più a fondo la psiche di Connor e il suo rapporto con i poteri.

Stephen Amell, nel ruolo di Garrett, porta un’aria carismatica al suo personaggio da leader della banda criminale con cui Connor si allea. La sua performance è uno dei punti forti del film, mescolando minaccia e un certo fascino tragico. Tuttavia, anche il personaggio di Garrett risulta sottosviluppato, la sua ambiguità morale mai pienamente esplorata. Il cast di supporto, da Kari Matchett come madre di Connor a Lawrence Bayne nel ruolo del capo della banda Big Joe, è funzionale ma raramente va oltre gli stereotipi.

Il ritmo del film vacilla nel secondo atto, dove la trama del colpo diventa centrale. Sebbene l’azione sia ben realizzata, la narrazione si perde, smarrendo parte della critica sociale acuta che aveva reso il primo atto così coinvolgente. Il climax, pur soddisfacente a livello viscerale, appare affrettato e un po’ anticlimatico, svuotando il peso emotivo del viaggio di Connor.

Code 8 è un film che pone domande importanti sul potere, i privilegi e la sorveglianza, ma non sempre ha le risposte. I suoi punti di forza risiedono nella costruzione del mondo e nelle sequenze d’azione, mentre le debolezze derivano da personaggi sottosviluppati e una narrazione dispersiva. La critica dello Stato di polizia militarizzato è tempestiva e incisiva, ma spesso eclissata dalla trama generica del colpo.

A chi si rivolge Code 8? Gli appassionati di fantascienza d’azione troveranno molto da apprezzare nel suo estetica grintosa e nelle sue sequenze ad alto rischio. Chi cerca un’esplorazione più profonda dell’oppressione sistemica e dell’etica del potere rimarrà in parte deluso, poiché le ambizioni narrative del film a volte superano la sua realizzazione. Le interpretazioni sono solide ma non eccezionali, e i problemi di ritmo nel secondo atto intaccano l’esperienza complessiva.

I confronti con altri film del genere sono inevitabili. Code 8 condivide il DNA con pellicole come Chronicle (2012) e Brightburn (2019), che esplorano anch’esse il lato oscuro dei superpoteri. Tuttavia, mentre quei film si concentrano sul peso psicologico del potere, Code 8 è più interessato alle implicazioni sociali. Questo cambio di prospettiva è rinfrescante ma evidenzia anche le carenze narrative del film.

La colonna sonora, composta da Bear McCreary, merita una menzione. Sottolinea efficacemente la tensione e la disperazione della storia, mescolando elementi elettronici con motivi orchestrali tradizionali per creare un soundtrack sia inquietante che immersivo.

In conclusione, Code 8 è un film che oscilla tra fantascienza ad alto concetto e azione generica. Ha momenti di autentico splendore, soprattutto nella rappresentazione di un mondo dove i superpoteri hanno un prezzo.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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