Cinema

Bardem e Cruz, coppia nella vita, chiusi in un ‘Bunker’: Florian Zeller in gara per il Leone d’Oro

Camille Lefèvre

Ci sono sere, alla Mostra, in cui il concorso coincide con il red carpet più atteso: Bunker, presentato in prima mondiale nella competizione dell’83ª Mostra di Venezia, porta in Sala Grande Javier Bardem e Penélope Cruz — coppia nella vita prima che sullo schermo — diretti da Florian Zeller. Bardem è Miguel, un architetto di Londra a cui un miliardario della tecnologia offre l’incarico della carriera: costruire il bunker in cui mettersi al riparo dalla fine del mondo. Cruz è Sofia, la moglie, e quell’incarico diventa il veleno lento che incrina un matrimonio di diciassette anni.

Per Zeller è un debutto dentro il debutto. Drammaturgo francese prima che regista, aveva portato al cinema le proprie pièce con The Father e The Son; Bunker è la prima volta che scrive direttamente per lo schermo, e resta comunque un film da camera, solo calato sottoterra. Il modello dichiarato è Eyes Wide Shut di Kubrick: la guerra sorda tra due persone che si sono allontanate senza dirselo.

Il tema è quello dell’ora: la paura del futuro venduta come bene di lusso, l’istinto dei super-ricchi di murarsi vivi mentre il mondo fuori si sfalda. Zeller lo filtra attraverso una cosa piccola e concreta — due coniugi che non si riconoscono più — e cita Il vicino di casa (2010) di Cohn e Duprat, altro film costruito su un muro. Intorno alla coppia, nel cast, Paul Dano, Stephen Graham, Patrick Schwarzenegger, Mark Gatiss ed Eileen Atkins.

Il vero motore, però, sono i due protagonisti. Bardem e Cruz condividono lo schermo dai tempi di Prosciutto, prosciutto, nel 1992, e da allora hanno intrecciato vita e carriera; chiedere loro di interpretare due sposi la cui intimità sta marcendo è una scelta di casting che fa metà del lavoro di regia. Il film è stato girato quasi interamente a Madrid, con una settimana a Londra, e lascia i due nel registro che conoscono meglio: due persone che si capiscono troppo per mentirsi bene.

Quello che una prima proiezione non può dire è se la metafora regga i nervi. Un bunker è un simbolo pesante, e un film che vi si appoggia rischia di trasformare un matrimonio in una lezione sulla disuguaglianza; il controllo del tono che Zeller aveva in The Father lascia sperare, ma la forma-thriller che prende in prestito può appiattire proprio l’ambiguità che fa vivere il suo teatro.

Bunker concorre per il Leone d’Oro, assegnato il 12 settembre dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, prima dell’uscita nordamericana con Sony Pictures Classics. Nello stesso giorno, fuori concorso, il Lido ha mostrato un documentario-fiume su un miliardario della tecnologia vero: due facce, la stessa paura.

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