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Perché Legends su Netflix non parla di droga ma di chi voleva sparire

Veronica Loop

Sulla bacheca degli annunci dei dipartimenti doganali britannici, all’inizio degli anni Novanta, comparve un cartello che chiedeva: “Potresti offrire qualcosa di più?”. Un piccolo numero di funzionari ordinari rispose di sì. La serie che Neil Forsyth ha scritto su quegli uomini e quelle donne non parla, in fondo, dei trafficanti che furono mandati a smantellare. Parla delle vite che stavano già cercando di lasciarsi alle spalle.

Gli infiltrati al centro di Legends non erano spie. Erano impiegati ordinari di Her Majesty’s Customs and Excise — controllori di bagagli a Heathrow, amministrativi portuali, funzionari di carriera — e lo Stato britannico, vedendo le proprie frontiere cedere sotto la cocaina e l’eroina dei primi anni Novanta, decise di mandarli all’interno delle reti perché non aveva altro. La serie sa che questa è la lettura ovvia, e non finge il contrario. Ciò che sostiene, più sotto voce, è che gli uomini e le donne che dissero sì non erano i più patriottici. Erano quelli la cui vita aveva già cominciato a somigliare a una copertura. Forsyth, che ha intervistato diversi degli operativi reali — incluso quello che ispira il protagonista di Tom Burke —, lo dice senza ammorbidire: la maggior parte veniva da contesti operai senza alcun cuscinetto economico, e l’offerta non era esattamente un lavoro. Era un permesso.

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Sostenere questo argomento sotto sei episodi di thriller poliziesco non è semplice, e Forsyth lo affida a una scelta strutturale più che dialogica. La serie si organizza attorno alla relazione tra Don, il capo delle operazioni interpretato da Steve Coogan, e Guy, la recluta a cui dà corpo Tom Burke. Don gira intorno al gruppo cercando chi reggerà meglio il secondo io — non il più coraggioso, non il più duro, ma chi può portare il peso quotidiano e silenzioso di essere un altro senza spezzarsi. Il responsabile del programma è il protagonista morale. L’operativo è il sintomo. Questa inversione dello schema di genere — la maggior parte delle storie di infiltrazione mette al centro l’agente e riduce il supervisore a una voce al telefono — è ciò che dà alla serie il suo nucleo etico. Ciò che interessa a Forsyth non è quanto sia costato alle Legends. È cosa volesse dire essere la persona che sceglieva un’altra perché pagasse quel costo.

Il secondo io

Brady Hood firma i primi quattro episodi; Julian Holmes gli ultimi due. La divisione fa più lavoro di quanto un credito tecnico suggerisca. I primi quattro appartengono alla seduzione di diventare un altro. Gli ultimi due appartengono al momento in cui quel secondo io smette di essere qualcosa che si indossa e comincia a essere qualcosa che bisogna togliersi. Non c’è nemmeno un lessico spionistico a cui appoggiarsi, perché le reclute reali non l’hanno mai avuto. The Americans poteva mostrare la consegna cieca, Donnie Brasco poteva mostrare i rituali di iniziazione mafiosa, ma Forsyth non può, e si rifiuta di inventarli. La tensione si sposta verso il basso, nei micro-segnali domestici: una fede che è ancora al dito, un accento che scivola al momento sbagliato, una pausa troppo lunga alla cassa di una stazione di servizio, la marca di sigarette sbagliata per quella copertura. Il registro thriller viene sostituito da un’angoscia ambientale dilettantesca. Sostenuta per sei ore, è la trama stessa della serie.

L’economia britannica del narcotraffico degli anni Novanta è il terreno su cui si pianta la serie, e la geografia è precisa: i moli di Liverpool, la rotta turca dell’eroina, il dibattito sulla riclassificazione delle sostanze di Classe A, le Dogane operanti come servizio di intelligence parallelo per cui non erano mai state progettate. Sotto tutto questo c’è un punto a disagio che la scrittura non addolcisce. Lo Stato britannico, davanti alla necessità di mettere qualcuno in un lavoro che sapeva poteva ucciderlo, non comprò capacità addestrata. Usò i propri impiegati. La figura reale che ispira il personaggio di Burke passò undici anni infiltrato dentro una carriera doganale di trentacinque anni, portandosi dietro per più di un decennio la paura domestica, quotidiana, che una parola sbagliata a un tavolo di cucina o un volto sbagliato in una stazione di servizio significasse trovare la propria famiglia morta al mattino. Legends non distoglie lo sguardo da quella cifra. Non la trasforma neppure in arredo da thriller. La tratta come il prezzo d’ingresso alla seconda vita: pagato, per intero, dalla prima.

La domanda che la serie non chiude

Forsyth si è ormai costruito un piccolo corpus attorno a questo tipo di archeologia istituzionale: l’evento che la Gran Bretagna maggioritaria ha dimenticato, il sistema che lo ha prodotto, le persone che lo hanno portato. The Gold lo aveva fatto con la rapina alla Brink’s-Mat. Legends lo fa con il programma di infiltrati delle Dogane, che nella memoria pubblica è quasi assente. La scuola eredita una qualità di ricerca documentale e un registro operaio. Rinuncia alle soddisfazioni del cinema d’assalto — non c’era stata una rapina, c’erano stati anni — e quel sacrificio, propulsione contro accumulazione, è il patto che Forsyth firma di nuovo con il suo pubblico. È anche il patto che Netflix sta finanziando con crescente disinvoltura: la piattaforma che ha prodotto Il problema dei tre corpi produce ora anche Adolescence, Toxic Town e Legends. Drama istituzionale operaio, quattro o sei episodi, ancorato a un solo creatore.

Ambientata nel 1992 e trasmessa nel 2026, la distanza tra le due date fa il lavoro più silenzioso della serie. L’ansia britannica che metabolizza non è la guerra alla droga — quello è arredo d’epoca. L’ansia contemporanea è la reinvenzione senza permesso: una cultura operaia in cui diventare un altro ha smesso di essere una fantasia sanzionata dallo Stato e si è trasformata in una pratica quotidiana di autogestione, esercitata da tutti, sui social e sul lavoro, senza un programma alle spalle e senza un supervisore che faccia il debriefing alla fine. Le Legends avevano un’uscita autorizzata. Il pubblico che la guarda nel 2026 non ce l’ha. La serie abita questa asimmetria. Non è una serie degli anni Novanta. È una serie del 2026 travestita da anni Novanta, che pone una domanda del 2026 con materiali degli anni Novanta.

La domanda che apre e non può chiudere è quella che nessuna storia di questo tipo riesce a chiudere. Quando una persona ordinaria passa un decennio a essere qualcun altro per conto dello Stato, cosa le deve lo Stato quando l’operazione finisce? E, separatamente: chi resta della persona originale per riceverlo?

Legends - Netflix
Legends. (L to R) Tom Burke as Guy, Jasmine Blackborow as Erin, Steve Coogan as Don, Aml Ameen as Bailey, Hayley Squires as Kate, in Legends. Cr. Courtesy of Sally Mais/Netflix © 2026

Legends arriva su Netflix il 7 maggio 2026 con tutti i sei episodi disponibili dal primo giorno. Tom Burke guida il cast nel ruolo di Guy, accanto a Steve Coogan come Don, Hayley Squires come Kate, Aml Ameen come Bailey e Jasmine Blackborow come Erin. Tom Hughes, Douglas Hodge, Johnny Harris, Gerald Kyd, Numan Acar e Charlotte Ritchie completano un ensemble che vive dentro e fuori dall’operazione.

Creata e scritta da Neil Forsyth (The Gold, Guilt). Regia di Brady Hood (episodi 1-4) e Julian Holmes (episodi 5-6). Prodotta da Tannadice e Lion Television per All3Media.

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