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Il progetto finale, la microserie Netflix in cui la vittima del cyberbullismo impugna la telecamera

Camille Lefèvre

Una studentessa arriva in una scuola nuova con il desiderio più semplice che un’adolescente possa avere: essere nessuno in particolare per un po’, ricominciare dove nessuno tiene un fascicolo su di lei. Il desiderio non dura una settimana. Il fascicolo si scrive lo stesso, nei telefoni degli altri e in un account che nessuno ammette di gestire, e si rivela più crudele di ciò da cui fuggiva.

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Il progetto finale è un thriller adolescenziale messicano costruito su un’ironia netta, quella del titolo. Il compito che dà il nome alla serie è un documentario di fine anno. Tamara, la nuova arrivata interpretata da Isabella Tena, sceglie il cyberbullismo come tema. E lo gira mentre un account anonimo e una pericolosa sfida online, ideata da qualcuno della sua classe, fanno di lei il caso di studio. La telecamera che punta contro chi la perseguita è lo stesso apparecchio che l’aveva prima trasformata in contenuto.

Sembra realismo ma procede come suspense. Un account che sa ciò che non dovrebbe, un segreto che riorganizza la trama a ogni riaffioro, una notte a cui il racconto torna senza nominarla. La domanda non è tanto chi sia stato, ma chi deciderà cosa potranno significare quelle immagini. Attorno a Tamara, Tristán Maze e Daniela Martínez costruiscono una classe che funziona come la rete: non una folla, ma un consenso che si forma in silenzio, una condivisione dopo l’altra.

È la forma a reggere l’argomento. Il progetto finale è una microserie con episodi di una decina di minuti, più vicina allo scorrimento verticale in cui vivono i personaggi che al dramma da un’ora. La brevità non è un alibi di budget: è la tesi. Una storia di clip che viaggiano più veloci di ogni contesto si racconta a clip. Ogni episodio si interrompe come una notifica, a metà frase, e lascia lo spettatore nello stesso presente senz’aria che la sfida impone a Tamara.

Sotto la suspense affiora un disagio sul rapporto tra chi guarda e ciò che guarda. Il panico per le sfide virali e la diffusione di immagini di minori è reale, e sarebbe facile raccontarlo come un monito con morale. Il progetto finale mette invece la telecamera moralizzante nelle mani di chi di solito viene inquadrata, e le lascia porre la domanda difficile: essere vista ed essere protetta hanno qualcosa in comune dentro un’istituzione che si muove solo quando c’è già una tragedia da indagare?

Il progetto finale debutta il 29 luglio su Netflix. È una produzione messicana in formato breve guidata da Isabella Tena, con Tristán Maze — cantante e attore di Saltillo al debutto su Netflix dopo la telenovela Hermanas — e Daniela Martínez. Arriva come una delle scommesse microserie della piattaforma: episodi da dieci minuti per una storia che si sarebbe comunque guardata sul telefono.

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