Calcio

Mondiali 2026, semifinali: l’Argentina ribalta l’Inghilterra negli ultimi dieci minuti e va in finale con la Spagna

Jack T. Taylor

Per un’ora ad Atlanta l’Inghilterra è sembrata una squadra che aveva finalmente imparato a chiudere una gara secca. Era avanti, difendeva con ordine e il suo portiere aveva appena firmato la parata del torneo. Poi la partita le ha posto l’unica domanda che conta in una gara a eliminazione — quella dei nervi — e l’Argentina, la campionessa, quella che passa quattro anni a ripetere esattamente quella risposta, ha risposto al posto suo. Due gol nel finale, il secondo di testa nel recupero, e la finale è scritta: Spagna contro Argentina.

L’azione che ha deciso tutto l’ha vista arrivare l’intero stadio, e nessuno in maglia bianca è riuscito a fermarla. Lionel Messi si è allargato a destra, ha aspettato che il terzino uscisse e ha messo il pallone sul secondo palo con l’esterno del piede. Lautaro Martínez aveva già fatto partire lo scatto ed è arrivato di fronte prima che la linea difensiva finisse di girarsi. Non è stato un gol complicato. È stato il gol che segna un campione quando l’avversario ha smesso di credere di poter reggere.

L’Inghilterra aveva la partita, poi l’ha regalata

La squadra di Thomas Tuchel ha fatto quasi tutto bene, finché non ha smesso. Anthony Gordon ha sbloccato il risultato poco prima dell’ora di gioco, arrivando sul secondo palo a concludere un’azione che aveva allargato l’Argentina da una fascia all’altra: il gol diretto e verticale che l’Inghilterra minacciava da tutta la sera, con quella velocità che l’ha portata fin qui. Per un tratto è stata la squadra migliore. Ha aggredito alta dopo il gol, ha respinto l’Argentina indietro e, quando Messi si è alzato tutto solo su un cross, Jordan Pickford ha allungato una mano e ha messo il pallone sopra la traversa. Quella parata sarebbe dovuta restare l’immagine della serata.

È diventata invece l’ultima cosa che l’Inghilterra ha fatto bene. Con il cronometro che scorreva, il blocco che aveva retto per un’ora ha cominciato ad arretrare, dieci metri alla volta, finché non c’è stata più pressione sul pallone e sono rimasti quaranta metri d’erba tra i reparti. Una squadra di solito non decide di invitare un avversario così a venirle addosso. Lo fa per istinto, per stanchezza, per quell’aritmetica silenziosa del vantaggio che vuoi proteggere invece di ampliare. E una volta accampata sul limite della propria area, l’Inghilterra aveva consegnato l’iniziativa all’unico giocatore in campo che di sicuro non l’avrebbe sprecata.

Enzo Fernández ha punito per primo quell’arretramento. Servito a venticinque metri, con tutto il centrocampo inglese dietro al pallone, ha toccato una volta per sistemarselo e l’ha scaricato rasoterra vicino al palo prima che Pickford potesse tuffarsi: un tiro senza caricamento e senza preavviso. Era il pareggio che la pressione argentina si era guadagnata, e ha cambiato del tutto la temperatura della gara. L’Inghilterra, avanti e in gestione fino a un minuto prima, di colpo è sembrata una squadra alle prese con un conto che non voleva finire.

La freddezza dei campioni, e cosa racconta

Quello che l’Argentina ha fatto dopo è la parte che va oltre una singola semifinale. Una squadra più giovane, più acerba, pareggia in extremis e si accontenta dei supplementari: prende il punto che ha strappato e tira il fiato. La nazionale di Lionel Scaloni ha fatto il contrario. Ha fiutato la paura in quel ripiegamento, ha spinto entrambi i terzini altissimi ed è andata a cercare la vittoria nei secondi che restavano invece che nei trenta minuti a disposizione. Non è tattica. È temperamento: la memoria di essersi trovata esattamente in questa posizione e di esserne uscita, portata da giocatori che quella cosa l’hanno fatta proprio in Qatar.

Messi è la colonna evidente di questa storia, e in questo Mondiale è stato soprattutto colui che crea, non colui che conclude: l’assist del gol vittoria è stata la sua firma sulla serata, non un gol. Ma la freddezza va più a fondo di un solo uomo. L’insistenza di Lautaro nel continuare a scommettere sul secondo palo dopo una gara spenta, l’aplomb di Fernández nel calciare quando il passaggio sicuro c’era, la scelta dei terzini di salire mentre il pareggio era lì da prendere: sono le abitudini di un gruppo che tratta una finale come un posto a cui appartiene, non come un’altezza di cui ha paura.

Per l’Inghilterra è l’eliminazione più crudele, perché non è stata travolta. È stata disfatta da dieci minuti in cui l’istinto di proteggere ha battuto l’istinto di continuare a giocare. Tuchel guarderà il video e vedrà una squadra che ha difeso un vantaggio per un’ora e non è riuscita a difenderlo per settanta minuti, e saprà che la differenza tra quei due numeri è il punto dove si perdono i tornei. C’è un progresso reale in questo cammino — una semifinale, una difesa che l’ha sorretta, un Gordon che meritava di più — ma sarà un lungo volo di ritorno con la certezza che la finale distava una parata e dieci minuti di disciplina.

Cosa cambia questa giornata

Il tabellone ha ora la sua ultima riga. L’Argentina, campionessa in carica, torna nella finale del Mondiale, e affronterà una Spagna arrivata smontando la Francia senza subire gol: l’incontro tra la difesa più convincente del torneo e i finalizzatori più esperti. È la finale che i numeri indicavano e quella che i neutrali volevano: la detentrice del titolo contro la squadra che è parsa più padrona di ogni partita giocata.

L’Inghilterra scivola nella finale per il terzo posto contro la Francia, l’altra sconfitta delle semifinali, una gara in cui nessuno entra volentieri e che entrambe tratteranno come un’occasione per chiudere un mese lungo con un risultato. La vetrina è di Spagna e Argentina, al MetLife Stadium, con quel trofeo che l’Argentina tiene da quattro anni finalmente di nuovo sul tavolo. A giudicare da Atlanta, la campionessa vi entrerà come è uscita dalla semifinale: certa che i grandi appuntamenti siano suoi finché qualcuno non dimostra il contrario.

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