Calcio

Yamal, semifinale Spagna-Francia: la Francia continua a temerlo

Jack T. Taylor

Guardate come riceve il pallone. Arriva sul suo piede destro, sulla fascia, e c’è mezzo secondo, prima che il primo difensore lo raggiunga, in cui Lamine Yamal resta quasi immobile: fianchi aperti, peso sulla gamba d’appoggio, mento alto, mentre legge la scena davanti a sé come uno che ha già visto come andrà a finire. Tutto lo stadio si sposta dalla stessa parte. Quella immobilità è l’intera storia. Ed è anche la cosa che nessuna statistica di questo torneo è riuscita a trattenere.

Arriva a una semifinale mondiale contro la Francia con un solo gol in tutto il cammino verso le prime quattro, e nessun assist accanto. Quattro partite a eliminazione diretta consecutive sono passate senza che il suo nome finisse sul tabellino. Il suo stesso capitano, Rodri, si è sentito in dovere di dirgli pubblicamente di calmarsi un po’. Nel ritiro spagnolo la parola che torna a galla è nervosismo, come se il ragazzo che piega le partite avesse finalmente incontrato un palcoscenico troppo grande per lui.

La lettura è sbagliata, e il punto in cui si sfalda è il suo passato contro questa avversaria.

L’unica squadra che non manda mai a casa contenta

Partiamo dal fatto scomodo che la Roja porta con sé ad Arlington: la Spagna non perde quando Lamine Yamal è titolare. Non è uno slogan, è una serie. Restringete il campo all’unica avversaria che conta questa settimana e la serie diventa un’ossessione. La Francia ha incrociato questo giocatore al momento decisivo di due tornei, e in entrambi è tornata a casa. Non ha mai perso una sfida a eliminazione contro Kylian Mbappé, né in nazionale né nei club. L’attaccante più letale di questo Mondiale, otto gol e tre assist e la Scarpa d’Oro ormai a portata di mano, ha passato i suoi anni migliori a farsi eliminare dal vicino di casa adolescente di un rivale del Clásico.

Il momento che lo racconta risale a un’estate di due anni prima, in una semifinale europea: Francia avanti di un gol, Spagna a cercare la via. Yamal se lo portò largo sul marcatore, rientrò sul sinistro e lo arricciò con la torsione dall’esterno di un uomo molto più grande, all’incrocio dei pali lontano, davanti a un portiere che quasi non si mosse. Aveva sedici anni: il più giovane di sempre ad andare a segno in quella competizione, un primato che sopravvivrà a gran parte degli uomini in campo quella notte. La Spagna ribaltò la partita e poi vinse tutto. Lui fu nominato miglior giovane del torneo. Da allora viene misurato contro quella parabola, che è la crudeltà silenziosa di chi fa qualcosa di enorme prima ancora di poter guidare.

Poi, un anno dopo, di nuovo la Francia, stavolta una semifinale di Nations League finita cinque a quattro, una notte di porte spalancate e colpi restituiti, e Yamal segnò due volte trascinando la Spagna avanti. Tre delle partite più grandi della sua breve vita sono arrivate contro lo stesso avversario, e le ha vinte tutte e tre segnando in tutte e tre. Qualunque etichetta il mondo scelga, prodigio o fenomeno, il tratto che c’è sotto è più stretto e più difficile: non si rimpicciolisce. Più grande è la stanza, più calmo sembra diventare.

Ciò che la colonna dei gol non conta

Il digiuno, dunque, va inquadrato diversamente, perché è proprio l’inquadratura l’errore. Il valore di chi crea non è mai stato tutto nella propria colonna. Yamal è la ragione per cui un terzino stringe e un mediano davanti alla difesa scivola di dieci metri dalla sua parte; è la superiorità numerica che libera l’uomo attraverso cui la Spagna segna davvero. Mikel Oyarzabal guida questa Spagna per reti; Mikel Merino continua ad arrivare dalla panchina per decidere le sfide a eliminazione; Fabián Ruiz ha firmato quella che ha steso il Belgio. Nessuna di quelle geometrie esiste senza la gravità del ragazzo sulla destra, il giocatore che due difensori si rifiutano di lasciare libero. Il premio di migliore in campo nei quarti è arrivato in una partita in cui non ha segnato né servito assist, e non era sentimentalismo. Chiunque fosse sul prato aveva capito chi ne aveva piegato la forma.

È una Spagna costruita per far rendere quella gravità. Luis de la Fuente ha messo insieme una squadra che non è mai andata in svantaggio nel torneo e ha subito esattamente un gol, contro il Belgio, in tutto il cammino verso le prime quattro. Rodri e Pedri strangolano la zona centrale; il pallone torna quasi subito dopo essere stato perso; la partita si gioca, per lunghi tratti, nella metà campo avversaria, che il nome di Yamal arrivi o meno sul tabellino. Il controllo è il piano. Lui è la valvola di sfogo su quel piano.

La velocità contro il pallone

La Francia è la proposta opposta e, sulla carta, quella più insidiosa. Si presenta come la nazionale prima al mondo nel ranking, e il suo attacco è un imbarazzo di ricchezza: Mbappé al centro, Ousmane Dembélé e Michael Olise sulle fasce, Bradley Barcola in attesa dietro di loro, una panchina che molte nazionali schiererebbero da titolare. La squadra di Didier Deschamps ha la sua marcia indisturbata, nessuno svantaggio incassato, un reparto avanzato che ha segnato in ogni marcia. Se l’argomento della Spagna è il controllo, quello della Francia è la velocità, la ripartenza che trasforma una palla persa dagli spagnoli in tre uomini lanciati contro la linea difensiva in quattro secondi. È questa la sfida che la semifinale è davvero: se la Spagna riuscirà a tenere il pallone abbastanza a lungo da costringere i corridori francesi a guardare la propria porta.

E in mezzo a tutto questo, un diciannovenne. Ha compiuto gli anni il giorno prima di questa partita, diciannove ora, ancora più giovane di metà delle riserve con cui dividerà il campo, e vale la pena fermarsi su quanto sia strano. La maggior parte dei giocatori impiega un decennio per guadagnarsi il diritto a una notte così. A lui ne sono state consegnate tre prima dell’età in cui molti professionisti esordiscono tra i grandi. Quando dice, secco, che questa è la partita più grande e importante della sua carriera, senza dubbi, e poi aggiunge che se qualcuno deve portarsi dentro la paura, quella è la Francia, la tentazione è di sentire un adolescente che parla. Rileggete il suo passato e suona invece come un uomo che riferisce il meteo.

Niente di tutto questo garantisce una serata. La Francia potrebbe respingere la sua squadra quaranta metri più indietro e togliere alla gravità qualsiasi cosa da piegare; Mbappé potrebbe finalmente trovare la partita che scivola in discesa e chiuderla in una fiammata. Favorito non è sinonimo di finalista, e la Spagna non camminerà verso una finale sulla sola reputazione. Ma la storia che i numeri raccontano questa settimana, torneo silenzioso e nervi che cedono e un ragazzo che sente il peso, è quella sbagliata, e una semifinale è esattamente lo scenario in cui una storia del genere viene corretta.

Perché ecco ciò che il digiuno non ha mai toccato. Mettete Lamine Yamal su una fascia con un torneo in bilico e un difensore che chiude, e la prima cosa che fa è restare immobile. Quel mezzo secondo di immobilità prima della giocata è il segnale, e non ha vacillato una sola volta in questo Mondiale, qualunque cosa dica il suo conto dei gol. La Francia ha già visto dove porta quella immobilità. Sono loro a doverci tornare, ogni volta, e a pensarci sopra.

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