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DARA vince l’Eurovision, e la Bulgaria deposita un voto che non era in scheda

Alice Lange

La Bulgaria ha vinto l’Eurovision con DARA in quella che i cronisti chiamano una “vittoria a sorpresa”, davanti a Israele, in una finale che diversi milioni di persone insistono a guardare ogni maggio come se fosse un rituale di Stato. La parola che fa tutto il lavoro in quella frase è “sorpresa”. L’Eurovision non è mai stato soltanto di canzoni. È un plebiscito televisivo su che cosa l’Europa è disposta ad applaudire, condotto fra paillettes e cambi di tonalità.

Nora Ephron osservò una volta che le persone intelligenti hanno una strana difficoltà a “distinguere ciò che è controverso da ciò che è semplicemente offensivo”. L’Eurovision ha trasformato quella distinzione in un esame pubblico, con ballate pop da tre minuti come prova e il televoto continentale come griglia di valutazione. La sala fingeva da due anni che la domanda riguardasse scenografia, costumi, estensione vocale. Il risultato ha detto altro, gentilmente, in forma di punti.

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Il Poor Richard’s Almanack lo formulava in modo più asciutto nel 1735: “Le domande gravi chiedono risposte deliberate”. Benjamin Franklin probabilmente non aveva in mente una cantante bulgara dentro un ventilatore di scena quando scrisse quella riga, ma un continente che ha deciso quale canzone meritasse il suo televoto ha consegnato comunque una risposta deliberata — e la Bulgaria, fra tutte le bandiere possibili, è stata la busta in cui è arrivata.

Lo strano non è che abbia vinto DARA. Lo strano è che un concorso inventato nel 1956 per tenere l’Europa del dopoguerra a cantare invece che a sparare funzioni ancora, paillette dopo paillette, come uno strumento diplomatico testardo travestito da karaoke. Franklin avrebbe capito la risposta. Il ventilatore di scena lo avrebbe lasciato perplesso.

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