Cinema

The Wall of Mexico, la favola che ribaltò il mito del muro di confine

Martha Lucas

Il pozzo della famiglia Arista non si prosciuga mai. Vivono in un ranch ai margini di una città senza nome, con una proprietà che rimane lussureggiante mentre tutto intorno sembra perdere terreno. I vicini del posto lo sanno da tempo, e alcuni hanno iniziato a rubare l’acqua di notte. Quando il patriarca Henry Arista (Esai Morales) assume un giovane tuttofare bianco di nome Donovan Taylor (Jackson Rathbone) per badare alla tenuta, introduce nel suo mondo chiuso uno sguardo che non aveva messo in conto.

Opera prima di Zachary Cotler e Magdalena Zyzak, The Wall of Mexico è arrivato al SXSW nel 2019 con un’unica, precisa inversione al centro: la famiglia messicano-americana è quella benestante, e i bianchi del posto sono i disperati che tentano di scavalcare la recinzione. L’allegoria politica è trasparente — lo è deliberatamente — ma funziona perché i due registi hanno la disciplina di lasciare parlare la logica interna del racconto senza spiegarne l’ironia. Il muro che i Arista costruiscono non ha bisogno di commento esterno.

Marisol Sacramento e Carmela Zumbado sono le presenze più vive del film, nei panni di Tania e Ximena Arista, le due figlie della famiglia, che orbitano attorno al confuso Don con una condiscendenza aristocratica che si trasforma progressivamente in qualcosa di più ambiguo. Sacramento in particolare trova una profondità reale in un personaggio che avrebbe potuto restare uno schizzo. La chimica tra le due attrici è il motore emotivo autentico del film. Rathbone compie la sua funzione di proxy esterno: un uomo che scopre, per la prima volta, di non stare dalla parte protetta.

I limiti del film sono concreti. Con 111 minuti, la parte centrale si allunga oltre quello che il concept può reggere. Alcune scene girano intorno all’allegoria senza aggiungere nuova pressione. Ma ciò che The Wall of Mexico ottiene — con più sicurezza della maggior parte delle satire politiche della sua epoca — è l’economia della sua inversione centrale. Non spiega la battuta. Costruisce un mondo con una logica interna propria e lascia che quella logica parli da sola.

Il pozzo degli Arista è ancora pieno. Se l’acqua rappresenta grazia, potere o qualcosa di più inquietante è una domanda che il film lascia intenzionalmente aperta. Certi muri non hanno bisogno di spiegazioni.

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