Cinema

‘Il genero’ su Netflix: la satira messicana dove nessuno cade davvero

Martha Lucas

José Sánchez ha un baffo memorabile, una parlantina che apre qualsiasi porta e la convinzione, espressa senza imbarazzo, che la procura generale di uno stato messicano non rappresenti il limite della sua carriera ma la scorciatoia più efficace per arrivare dove vuole. Il genero (El yerno), il nuovo film di Gerardo Naranjo disponibile su Netflix, lo segue per centodue minuti mentre tratta con il cartello, con il governatore di turno e con chi sta pagando in quel mese. Il film si presenta come una satira politica — la sua filiazione di genere è dichiarata —, ma il disagio vero comincia altrove. Comincia nel momento esatto in cui lo spettatore smette di ridere di Sánchez e riconosce, senza poter ignorare il dato, la logica con cui il protagonista si muove dentro il sistema in cui vive.

L’operazione che il film racconta — un imprenditore fallito che diventa procuratore generale grazie al matrimonio, ai contatti ereditati e a un opportunismo calibrato — si rifiuta di essere letta come una caduta morale nel senso classico del termine. Naranjo si nega quella figura. Sánchez non si lascia corrompere secondo le regole convenzionali del genere: legge correttamente il sistema in cui vive e si installa nel posto da cui quel sistema funziona con il minore attrito possibile. La trasformazione del personaggio in El Serpiente, l’operatore politico che Sánchez finisce per essere, non viene scritta come crollo etico ma come competenza acquisita. È proprio questo rovesciamento a costituire il gesto cinematografico più disturbante del lavoro.

YouTube video

Naranjo cambia registro, non interesse

Chi ricorda Miss Bala ha ancora in mente la macchina da presa ferma di Naranjo mentre il paese sanguinava a poca distanza dall’inquadratura. Il genero compie una virata verso l’assurdo e l’osservazione comica, ma la serietà politica del film precedente non si è ritirata di un millimetro. La scelta decisiva è interpretativa: Adrián Vázquez costruisce El Serpiente non come un cattivo da copione ma come un negoziatore, un mediatore la cui pericolosità rimane invisibile proprio perché non si dichiara con i marcatori abituali del genere. La fotografia di Diego Tenorio (Tótem, La virgen de la tosquera) tiene la tensione nell’inquadratura anche nelle sequenze in cui la scrittura chiederebbe di sciogliersi nella risata, e la partitura di Tomás Barreiro interrompe sistematicamente ogni climax musicale prima che la musica possa offrire una consolazione allo spettatore.

La direzione artistica di Julieta Jiménez Pérez satura gli interni di colore, abbondanza, calore domestico. Il Messico della corruzione è anche il Messico della convivialità, e questo dispositivo visivo formula — al di là di ciò che dice il dialogo — un argomento che la sceneggiatura non ha bisogno di esplicitare: uscirne non è una scelta semplice. Il montaggio di Soledad Salfate, che ha firmato No e El Conde con Pablo Larraín, imprime al film il polso clinico tipico della casa Fabula, quella cadenza che si rifiuta ostinatamente di lasciare che le scene si risolvano per via emotiva.

La procura generale come scelta istituzionale precisa

La scelta istituzionale che la sceneggiatura compie non è decorativa e merita un’attenzione separata. Le procure generali statali in Messico — le fiscalías generales del estado — costituiscono, in termini funzionali, il punto esatto in cui la politica elettorale, la criminalità organizzata e la macchina legale della corruzione ordinaria si incrociano dentro l’apparato amministrativo messicano. Il dibattito pubblico messicano degli ultimi anni ha discusso questa porosità in linguaggio astratto: violenza, narco-Stato, cattura istituzionale, impunità strutturale. Raramente ha mostrato l’ufficio concreto in cui quelle astrazioni diventano pratica burocratica.

Il genero dedica i suoi centodue minuti all’attraversamento di quell’ufficio. Il film, secondo quanto emerge dalla sua stessa messa in scena, rifiuta il registro della denuncia. Denunciare presuppone una pulizia di base che l’opera non ritiene più data. Il suo argomento vero risulta più scomodo della denuncia classica. Il sistema, sostiene il film, è ormai visibile, e la domanda pertinente riguarda il comportamento dei cittadini quando quella visibilità ha smesso di produrre lo scandalo che produceva prima. James Schamus, già tornato in Messico con la miniserie Somos, porta qui la decisione strutturale decisiva: rifiutare allo spettatore la catarsi che il genere della satira politica promette convenzionalmente alla fine del percorso.

Tre tradizioni cinematografiche convergono

Il genero si colloca all’incrocio di tre filiazioni che raramente si incontrano in un solo film. Da Luis Estrada (La ley de Herodes, El infierno, La dictadura perfecta) Naranjo eredita i bersagli — l’operatore politico, la famiglia ben collegata, la procura porosa — ma rompe con la caricatura come via di accesso alla verità. Nel film non si trovano protesi né gestualità esagerate, soltanto osservazione. Dal realismo violento messicano — Amat Escalante in Heli, Carlos Reygadas, Michel Franco in Nuevo orden, Naranjo stesso in Miss Bala — il regista preleva la serietà politica e la traduce in registro comico senza addolcire la materia. Da Fabula, casa di produzione dei fratelli Pablo e Juan de Dios Larraín (No, El Conde, Jackie), incorpora il ritmo allegorico-politico tipico del cinema cileno contemporaneo e la disciplina rigorosa di non moralizzare mai.

Va sottolineato un dato che la stampa messicana ripete ma legge raramente fino in fondo: si tratta della prima produzione di Fabula girata in Messico. Il film diventa così il luogo in cui il cinema politico messicano e quello cileno trovano una lingua comune, e quella lingua comune si presenta sotto forma di una commedia senza sollievo.

Quello che il film lascia volutamente aperto

Quello che Il genero lascia irrisolto non è la questione se José Sánchez sia un personaggio tragico, perché Naranjo non chiede mai questa lettura al suo spettatore. La domanda che il film lascia aperta — e la lascia aperta in modo deliberato — riguarda lo statuto simbolico di El Serpiente: continua a funzionare come figura d’avvertimento per il pubblico messicano, oppure quel pubblico ormai lo legge come qualcuno che ha decifrato correttamente le regole del posto in cui vive? Il baffo, la parlantina, la disponibilità a chiudere un ultimo accordo erano un tempo i marcatori dell’antagonista che lo spettatore identifica per prendere le distanze. Naranjo non conferma che siano diventati, all’opposto, i marcatori di chi ha valutato la propria situazione con realismo. Non può confermarlo. Il paese stesso non lo ha confermato.

Da qui nasce la posta in gioco analitica del film. La risposta che ogni spettatore formula uscendo dalla sala costituisce, in sé stessa, una diagnosi culturale. Il genero misura qualcosa che il cinema politico messicano aveva costeggiato per anni: l’istante preciso in cui l’indignazione ha smesso di essere una reazione automatica ed è diventata una scelta consapevole. La commedia non si scioglie proprio per questo.

Uscita e scheda tecnica

Il genero (El yerno) è disponibile globalmente su Netflix dal 1° maggio, dopo una strategia di uscita ibrida iniziata il 18 aprile alla 41ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Guadalajara, dove ha partecipato in concorso per il Premio Mezcal nella categoria Finzione, e proseguita in una selezione di sale messicane a partire dal 19 aprile. Il lungometraggio dura centodue minuti ed è prodotto da Fabula, la casa fondata da Pablo e Juan de Dios Larraín, insieme a James Schamus. Pablo Larraín, Juan de Dios Larraín, Rocío Jadue e Joe Pirro figurano come produttori esecutivi, Carlos Hernández come coproduttore esecutivo.

Adrián Vázquez interpreta il protagonista José Sánchez. Il cast principale comprende Jero Medina, David Gaitán, Verónica Bravo, Eduardo España, Rodrigo Virago, Ianis Guerrero, Mauro Sánchez Navarro e Natalia Téllez, con la partecipazione speciale di Jorge Zárate. La fotografia è firmata da Diego Tenorio, le musiche originali da Tomás Barreiro, il suono da Alex de Icaza, la scenografia da Julieta Jiménez Pérez e il montaggio da Soledad Salfate.

Discussione

Ci sono 0 commenti.