Cinema

The Piano Lesson: un capolavoro inquietante sul conflitto familiare

Anna Green
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Il fantasma di James Sutter incombe su «The Piano Lesson», una presenza spettrale impossibile da ignorare, proprio come il conflitto al centro del film. L’adattamento di Malcolm Washington dell’opera teatrale di August Wilson, vincitrice del Premio Pulitzer, è un’esplorazione inquietante di eredità, memoria e peso della storia, sostenuta dalla straordinaria interpretazione di Danielle Deadwyler.

La regia di Washington procede con ponderazione e lascia che la tensione tra Boy Willie, interpretato da John David Washington, e Berniece, interpretata da Deadwyler, covi lentamente prima di esplodere. Il pianoforte, magnifico elemento di scena che domina la casa della famiglia Charles, è molto più di un semplice oggetto: è un personaggio a sé. I volti degli antenati africani, scolpiti con grande cura, osservano in silenzio mentre i fratelli discutono della sua sorte. I momenti più intensi del film arrivano quando il pianoforte viene suonato: la Berniece di Deadwyler ne trae melodie spettrali, il cui suono continua a risuonare anche dopo che le note si sono spente. Nei primi piani di queste scene, Washington mette in risalto il peso emotivo di ogni nota e trascina lo spettatore nell’intimità della casa della famiglia Charles.

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Il cast è eccellente in ogni suo elemento. John David Washington infonde a Boy Willie la consueta intensità, rendendone palpabili l’ambizione e la frustrazione. La sua fisicità — si protende in avanti, gesticola con ampi movimenti, ha gli occhi accesi dalla convinzione — fa di Boy Willie una forza della natura. Ma a rubare la scena è Deadwyler. La sua interpretazione di Berniece è una lezione di sottigliezza. Ogni sguardo, ogni pausa, ogni nota che suona al pianoforte raccontano il dolore del personaggio, la sua tenacia e l’amore per la famiglia. In una scena particolarmente intensa, Berniece confessa a Boy Willie che la loro madre la costringeva a suonare il pianoforte contro la sua volontà. Deadwyler pronuncia la battuta con una rabbia trattenuta, la voce tremante per l’emozione repressa: è chiaro che il pianoforte rappresenta non soltanto un cimelio di famiglia, ma anche un trauma personale.

Samuel L. Jackson, nei panni dello zio Doaker, offre un solido sostegno. La sua narrazione radica la storia nel suo contesto storico e ricorda le forze sociali ed economiche più ampie in gioco. La presenza di Jackson conferisce gravità al film, mentre la sua voce profonda aggiunge autorevolezza al racconto. I comprimari, tra cui Lymon, interpretato da Ray Fisher, e Avery, interpretato da Corey Hawkins, lasciano meno il segno, ma risultano comunque convincenti nei rispettivi ruoli. Fisher dà a Lymon un certo fascino, mentre Hawkins infonde ad Avery una dignità silenziosa.

Il pregio maggiore del film è la capacità di intrecciare il soprannaturale con la vita quotidiana. Il fantasma di Sutter è una presenza costante, un richiamo al passato da cui non si può fuggire. La scena in cui Berniece suona finalmente il pianoforte per scacciare lo spirito è insieme agghiacciante e bellissima. L’interpretazione di Deadwyler raggiunge nuove vette: l’attrice dà voce alla forza dei suoi antenati e fa danzare le dita sulla tastiera con determinazione e spirito di sfida. In questa sequenza, il sonoro merita una menzione particolare: i sussurri spettrali e la melodia inquietante del pianoforte creano un’atmosfera di tesa attesa.

Il film, tuttavia, non è privo di difetti. A tratti il ritmo rallenta, soprattutto nelle scene con Wining Boy, interpretato da Michael Potts. Potts offre una prova coinvolgente, ma i ricordi del personaggio sui suoi giorni di gloria frenano il passo del racconto. Per quanto interessanti, queste scene sembrano in parte scollegate dal conflitto centrale tra Boy Willie e Berniece. Inoltre, alcuni personaggi secondari, come Lymon di Fisher e Avery di Hawkins, risultano poco approfonditi. Le loro motivazioni e i loro sentimenti non vengono esplorati fino in fondo, e le loro parabole finiscono per essere meno appaganti.

Il finale del film è agrodolce, ma appagante. Il gesto conclusivo di Boy Willie, che stringe in mano la terra dei terreni di Sutter, è un momento toccante che racchiude il suo percorso. Accettando la decisione di Berniece di tenere il pianoforte, riconosce che è possibile guarire: alcune ferite, forse, è meglio non riaprire. Lasciare il pianoforte — e, con esso, il passato — alle cure di Berniece è una potente dichiarazione sull’importanza di preservare la storia e la memoria.

«The Piano Lesson» è un film che reclama tutta la nostra attenzione. I suoi temi risuonano oggi con la stessa forza che avevano nel 1936 o nel 1987. È una storia di famiglia, eredità e fantasmi — letterali e metaforici — che perseguitano tutti noi. L’approfondimento di questi temi è sfaccettato e stimola la riflessione, e fa del film un’opera di spicco nel genere drammatico.

Nel confronto con altri drammi recenti, «The Piano Lesson» regge bene il paragone. Forse non gode dello stesso riconoscimento presso il grande pubblico di un film come «Past Lives», ma offre un’esperienza di visione altrettanto ricca e appagante. L’attenzione alle dinamiche familiari e ai traumi storici lo distingue dai drammi più convenzionali e ne fa un film originale e avvincente.

In definitiva, «The Piano Lesson» è un film per chi apprezza una narrazione complessa e interpretazioni potenti. Non si sottrae ai temi difficili né cerca soluzioni facili. Al contrario, accoglie il disordine della vita e la forza duratura della memoria.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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