Cinema

Michael Sarnoski racconta la leggenda di Robin Hood dalla sua fine in The Death of Robin Hood

Molly Se-kyung

La maggior parte delle storie di Robin Hood si apre con una rapina. Quella di Sarnoski si apre con una ferita. The Death of Robin Hood coglie il fuorilegge al termine di una vita fatta di crimine e omicidio, gravemente ferito dopo una battaglia che credeva l’ultima, e pone la domanda che la leggenda ha sempre evitato: cosa deve un uomo per i corpi nascosti dietro il folclore. Una donna misteriosa accoglie il morente e gli offre una via d’uscita, e il racconto accetta i termini della leggenda solo per farne il bilancio. Il titolo non è uno spoiler. È l’intera cornice.

Questa cornice è la decisione su cui poggia il film: raccontare il mito più codificato come azione della lingua inglese a partire dal suo esito anziché dalla sua ascesa. Niente allegri compagni in senso favolistico, nessuno sceriffo di Nottingham trattato come gioco. Sarnoski consegna il suo fuorilegge ferito a una donna misteriosa che gli offre una possibilità di salvezza, e il dramma si gioca sul fatto se un uomo che ha ucciso per una causa possa essere riparato o solo perdonato. Il bosco somiglia meno a un terreno di gioco che a un purgatorio.

YouTube video

Affidare a Hugh Jackman un Robin Hood esausto enuncia la tesi ad alta voce, e Jackman, anche produttore esecutivo, finanzia di fatto la propria deroicizzazione. Ha costruito una carriera sul corpo che non si arrende, il mutante che si rigenera e l’intrattenitore instancabile, e il film consuma quell’associazione quasi fino ad azzerarla, tenendolo disteso per buona parte del minutaggio. Jodie Comer interpreta suor Brigid, la donna che ne regge il destino, un ruolo concepito come arbitro morale e non come interesse romantico; che sia una religiosa fa scivolare l’intero scambio verso la confessione, e Comer lo gioca con quel controllo freddo e valutativo diventato la sua cifra. Bill Skarsgård è Little John, la lealtà che sopravvive alla causa. Il cast è riunito per la gravità, non per l’avventura.

Sarnoski, che firma anche la sceneggiatura, ha già giocato questa carta. Il suo primo lungometraggio partiva da una premessa che sembrava un thriller di vendetta e la convertiva in silenzio in uno studio sul lutto; il suo ingresso in una saga ha smontato una rumorosa macchina di mostri fino a lasciare una sola donna e il tempo che le restava. Preferisce l’immobilità allo spettacolo, indugia sui volti e lascia che il silenzio porti ciò che di solito spetta a una set piece, e qui ritrova Pat Scola, il direttore della fotografia di quel debutto. Continua a scegliere generi che promettono spettacolo per scavare il film più piccolo e più triste che vi sta sotto. Robin Hood è il mito più grande che abbia provato a svuotare, e il metodo resta lo stesso: prendere l’iconografia che tutti si aspettano e trattenerla finché non resta che una persona.

Ciò che il film sembra sostenere è che le leggende sono un problema di contabilità. L’eroe popolare che ruba ai ricchi è anche un uomo che ha ucciso, e la messa in scena di Sarnoski, la salvezza offerta da una sconosciuta e la redenzione negoziata su un letto di morte, porta quel conto sullo schermo. L’offerta di suor Brigid le dà una forma confessionale, una redenzione più vicina all’estrema unzione che a un duello finale, e lo slogan, He was no hero, dice ad alta voce ciò che il resto tace. Il titolo insiste che il finale è già deciso. La suspense non è se Robin Hood muoia. È quanto valga, per il film, una morte come la sua, e se la clemenza sia qualcosa che a un fuorilegge si concede o soltanto qualcosa che recita.

Il rischio si intuisce già dal trailer. Un Robin Hood revisionista che mette da parte il suo eroe e incanala la redenzione attraverso una donna quasi santa può confondere la solennità con la profondità, e l’espediente della sconosciuta che offre salvezza ha sostenuto film più esili di quanto questo aspiri a essere. Con la pellicola ancora in postproduzione, il tono definitivo resta un’incognita; un mito di fuorilegge raccontato come dramma da camera può risolversi in una resa dei conti autentica o in un’alzata di spalle dal sapore di prestigio. Cast e premessa promettono peso. Nessuno dei due garantisce che il film lo meriti. La rilettura è una scommessa, non ancora un risultato.

Il cast principale è guidato da Hugh Jackman, Jodie Comer e Bill Skarsgård, con Murray Bartlett nei panni del Lebbroso e Noah Jupe in un doppio ruolo, Arthur e Godwyn. Sarnoski dirige e scrive con lo stesso istinto che ha plasmato finora il suo lavoro, riducendo il genere al personaggio, mentre alla produzione figurano Lyrical Media e la Ryder Picture Company di Aaron Ryder. La durata supera di poco le due ore, lunga per un dramma da camera, il che lascia pensare che la cornice del letto di morte si apra su qualcosa di più popolato di quanto la premessa lasci intendere.

The Death of Robin Hood è un dramma a tinte thriller di 123 minuti. Dopo l’uscita statunitense, le date internazionali si distribuiscono lungo l’estate, mentre al momento non risulta confermata alcuna data di uscita italiana. Per una leggenda filmata come avventura da generazioni, cominciare sul bordo della tomba è la scommessa su cui poggia l’intero progetto.

Tag: , ,

Discussione

Ci sono 0 commenti.