Cinema

Sister Death: il terrore di Narcisa svela gli orrori della guerra

Martin Cid
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Quando il nome di Narcisa compare scritto a gesso sulla lavagna in Sister Death, la tensione del film crepita come elettricità statica. Non è il solito espediente per preparare uno spavento improvviso: è il momento esatto in cui il prequel di Paco Plaza di Verónica cambia marcia, lasciandosi alle spalle il mistero a combustione lenta per avventurarsi in qualcosa di molto più inquietante. La scena è una lezione magistrale di escalation: il gesso che stride sulla lavagna, il sussulto collettivo delle ragazze e Aria Bedmar, nei panni di Narcisa, che si blocca a metà lezione, con il volto trasformato in una maschera di orrore che affiora. È un momento che ai fan dell’horror soprannaturale dovrebbe risultare familiare, ma Plaza riesce a ricavarne qualcosa di nuovo: la reazione di Narcisa non è paura, bensì riconoscimento.

Plaza, che nei suoi lavori precedenti — in particolare Verónica — ha dimostrato una notevole capacità di intrecciare il trauma storico con i codici del genere, dissemina qui le cicatrici della guerra civile spagnola in ogni angolo in ombra di questo convento trasformato in scuola. Il film è ambientato dieci anni dopo la fine della guerra, ma la violenza persiste come una macchia sui muri. Anche la scenografia rafforza questa impressione: il formato 1,33:1, omaggio deliberato al cinema della metà del secolo scorso, non è soltanto una scelta stilistica, ma anche narrativa. Quei margini squadrati sembrano sbarre, intrappolano Narcisa in un mondo in cui fede e paura sono inseparabili e il passato si rifiuta di restare sepolto.

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Al centro del film c’è l’interpretazione di Bedmar, che lo sostiene anche nei passaggi più lenti. La sua Narcisa è inizialmente una novizia dagli occhi spalancati, la cui insicurezza si avverte mentre cerca di orientarsi nella rigida gerarchia del convento. Ma è nei momenti più raccolti che dà il meglio di sé: nella scena della confessione, per esempio, la voce di Bedmar trema non per la paura, ma sotto il peso di una fede che si sgretola. La capacità dell’attrice di rendere la crisi spirituale di Narcisa senza scivolare nel melodramma è notevole. Nel 1949, la vicenda si svolge in un mondo in cui le ferite della guerra sono ancora aperte.

Anche il cast di supporto regge bene la prova, sebbene alcune interpreti risentano della regia fin troppo insistita di Plaza. Suor Julia, interpretata da Maru Valdivielso, per esempio, è alle prese con un arco narrativo che sembra più funzionale che approfondito: il passaggio dallo scetticismo a una vera e propria ostilità nei confronti di Narcisa manca di sfumature. La Madre Superiora di Luisa Merelas è resa con maggiore efficacia, grazie a una devozione inquietante, quasi fanatica. La vera rivelazione, però, è Sara Roch nel ruolo di Rosa, l’allieva tormentata che diventa, suo malgrado, alleata di Narcisa. La sua interpretazione è ruvida e senza filtri, e ancora saldamente la dimensione soprannaturale del film a emozioni umane concrete.

Il punto debole di Sister Death è il ritmo. Il primo atto si sofferma troppo a lungo sulla quotidianità del convento — lezioni, preghiere, piccoli litigi tra le suore — e nemmeno la magnetica presenza di Bedmar riesce a dissipare del tutto l’impressione di un avvio che gira a vuoto. Quando finalmente arrivano, gli elementi soprannaturali sanno di già visto: sedie che cadono, nomi che appaiono inspiegabilmente sulle superfici, il disegno di un impiccato che si completa da solo. Sono espedienti già sfruttati, e spesso con risultati migliori, in film come The Others e persino nella stessa Verónica di Plaza.

Quando però il film entra finalmente nel vivo della sua storia passata — lo stupro di suor Socorro, il bambino nascosto, l’insabbiamento che precipita nella tragedia — l’impatto è brutale. La rivelazione, legata a un’eclissi solare e a un atto di vendetta distorto, restituisce solidità a Sister Death. La sequenza in cui Narcisa assiste alle atrocità della guerra attraverso gli occhi dello spirito è viscerale e ricorda con forza che, nell’horror di Plaza, l’orrore spesso affonda le radici nella storia più che nel soprannaturale.

Eppure anche qui la realizzazione vacilla un po’. La sequenza dell’eclissi, visivamente d’impatto — il cielo che si oscura in modo innaturale, i volti delle ragazze illuminati da un bagliore sinistro — si affida eccessivamente al simbolismo, sacrificando la sostanza. Il climax del film, lo scontro tra Narcisa e lo spirito vendicativo, è coinvolgente, ma dopo il ritmo ponderato dei primi due atti sembra sbrigativo.

I paragoni con Verónica sono inevitabili, e Sister Death non è all’altezza del film precedente. Se Verónica riusciva a bilanciare il terrore soprannaturale con una forte intensità emotiva, questo prequel si appoggia troppo alla mitologia del suo predecessore senza giustificare fino in fondo la propria esistenza. I legami con il film precedente — la trasformazione di Narcisa durante un’eclissi solare, il motivo ricorrente dei nomi scritti col gesso — sembrano più strizzate d’occhio ai fan che elementi organici della narrazione.

Detto questo, Sister Death ha anche i suoi meriti. La riflessione su fede, trauma e autodeterminazione femminile è attuale e stimolante. Nel finale, quando Narcisa affronta lo spirito e — attenzione, spoiler — provoca un miracolo per placarne la sete di vendetta, si apre uno spiraglio di speranza nel buio. Una conclusione che appare meritata, anche se il percorso per raggiungerla è diseguale.

In definitiva, Sister Death è un film diviso tra due registri: il mistero che cresce lentamente e l’horror senza freni. Non sceglie fino in fondo né l’uno né l’altro, e finisce per sembrare l’ombra del suo predecessore.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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