Cinema

Loh Kiwan: uno sguardo crudo e senza sconti alla sopravvivenza dei rifugiati

Veronica Loop
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La prima inquadratura di My Name Is Loh Kiwan è un lungo piano sul volto di Song Joong-ki: il suo respiro si condensa nell’aria gelida di Bruxelles mentre osserva il paesaggio urbano sconosciuto che gli si apre davanti. È un’immagine semplice, ma porta con sé il peso di mille lotte mai raccontate. Lui è Loh Kiwan (Song), un disertore nordcoreano fuggito da un incubo per ritrovarsi in un altro, fatto di burocrazia e indifferenza. Il film della regista Kim Hee-jin, tratto dal romanzo del 2011 di Cho Hae-jin I Met Loh Kiwan, non offre risposte facili né finali consolatori. Scava invece nella battaglia, caotica e spesso invisibile, che i rifugiati affrontano ogni giorno per sopravvivere.

A distinguere questo film da altre storie di rifugiati è il suo rifiuto di romanticizzare la sofferenza. Kiwan non è un eroe destinato a riscattarsi: è un uomo che inciampa, commette errori e a volte fallisce. Song Joong-ki regge il film con un’intensità silenziosa. Il suo Kiwan è esausto, ma non spezzato; tenace, ma non invincibile. La scena in cui Kiwan si inginocchia sul terreno ghiacciato e cerca di ripulire la strada a mani nude — un tentativo inutile di cancellare le tracce della propria disperazione — è una lezione di recitazione misurata. Resta impressa proprio perché appare profondamente umana.

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La regia di Kim Hee-jin è misurata, ma mai fredda. La macchina da presa indugia sui momenti quieti — il brusio di un caffè, le voci lontane degli sconosciuti — mentre il paesaggio sonoro ci immerge nel nuovo mondo, disorientante, di Kiwan. La fotografia restituisce la bellezza austera dei paesaggi invernali di Bruxelles: le strade coperte di neve riflettono sia la durezza della città sia i suoi fugaci momenti di calore.

Choi Sung-eun interpreta Marie, un’ex atleta belga che diventa, suo malgrado, un’alleata di Kiwan, e offre una prova all’altezza della misura di Song. La loro intesa non nasce da grandi dichiarazioni d’amore o di lealtà, ma da piccoli e cauti gesti di fiducia. Il modo in cui si muovono insieme — esitanti, prudenti, come due persone che tastano il terreno di una relazione ancora sconosciuta — è dolorosamente autentico. Il ritratto che Choi fa delle difficoltà di Marie, alle prese con la propria identità e con la ricerca di uno scopo, dà spessore al personaggio e fa apparire il loro legame conquistato, non forzato.

Il ritmo del film, tuttavia, è disomogeneo. La prima metà costruisce la tensione con efficacia, ma nella parte finale la storia scivola a tratti nel melodramma. Alcuni personaggi secondari, come Cyril (Waël Sersoub), restano poco sviluppati: motivazioni ed emozioni vengono appena accennate, lasciando spazio alla vicenda di Kiwan e Marie. L’arco narrativo è facile da seguire, ma talvolta prevedibile, soprattutto nel modo in cui affronta gli ostacoli burocratici e le sottotrame romantiche.

Il film intreccia temi come il senso di colpa, lo sradicamento e la ricerca di un luogo a cui appartenere. Il viaggio di Kiwan non consiste soltanto nel trovare una casa: significa riappropriarsi della propria identità dopo anni di cancellazione. Song Joong-ki affronta questi temi con sfumature, dando forma al conflitto interiore di Kiwan con la stessa vividezza delle difficoltà che incontra nel mondo esterno. La riflessione del film su queste questioni resta ancorata alla realtà, anche grazie alle ricerche condotte da Liberty in North Korea, organizzazione non profit che ha contribuito a rendere autentica la storia.

Il cast di supporto arricchisce la storia senza mettere in ombra il racconto centrale. Kim Sung-ryung interpreta Ok-hee, la madre di Kiwan, e offre una prova straziante nelle sue brevi ma cruciali scene. Il suo ultimo desiderio — «Trova un posto in cui tu possa davvero essere padrone del tuo nome e vivere» — diventa la forza che guida il viaggio di Kiwan. Seo Hyun-woo, nel ruolo di Ri Eun-cheol, zio materno di Loh Kiwan, aggiunge complessità alle dinamiche familiari, anche se il suo personaggio ha uno spazio relativamente ridotto.

Dal punto di vista tecnico, il film è impeccabile. La fotografia mette in risalto il netto contrasto tra la bellezza di Bruxelles e la dura realtà delle sue strade per chi è costretto a vivere da rifugiato. Il paesaggio sonoro ci immerge nel mondo di Kiwan: dal vuoto echeggiante dei suoi primi giorni fino al frastuono della città, mentre lui cerca lentamente di integrarsi.

My Name Is Loh Kiwan non è un film per chi cerca evasione o una facile catarsi. Chiede pazienza ed empatia a chi lo guarda. La sua storia devasta in sordina: non attraverso scontri esplosivi, ma con il logorio lento e incessante della lotta per sopravvivere. Racconta le battaglie invisibili che i rifugiati affrontano ogni giorno: le pratiche, l’attesa, la paura costante di essere rimandati in un luogo in cui non sono al sicuro.

L’uscita del film su Netflix in alcuni territori il 1º marzo 2024 gli ha permesso di raggiungere un pubblico internazionale, anche se una distribuzione nelle sale avrebbe potuto amplificarne l’impatto. La visibilità garantita dall’algoritmo della piattaforma, tuttavia, gli ha consentito di farsi trovare da spettatori che altrimenti avrebbero potuto ignorare un dramma così cupo.

L’ambientazione belga aggiunge autenticità al film: il Paese è noto per il suo approccio progressista nei confronti dei rifugiati, ma è anche un luogo in cui gli ostacoli burocratici possono rivelarsi scoraggianti. My Name Is Loh Kiwan si distingue inoltre per l’attenzione riservata alla procedura europea di richiesta d’asilo.

In definitiva, My Name Is Loh Kiwan è un ritratto toccante, seppur imperfetto, dello sradicamento e della resilienza.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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