Cinema

La cosa di Carpenter: il capolavoro dell’orrore antartico che non smette di interrogarci

John Carpenter, 1982. Il film che ha trasformato la paranoia in forma cinematografica assoluta.
Martha O'Hara
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La scena d’apertura de La cosa è un incubo di ghiaccio e paranoia: un cane che fugge tra i fiocchi di neve, un elicottero norvegese che lo insegue, una granata che esplode troppo presto. John Carpenter ci scaraventa subito nella sua visione notturna dell’Antartide, un luogo dove il freddo è solo la minaccia più ovvia. La vera bestia qui è l’isolamento, e Carpenter lo trasforma in una lama a doppio taglio: protegge gli scienziati americani dal mondo esterno, ma li intrappola anche con il loro peggior nemico — l’uno con l’altro.

La cosa è un film che respira attraverso i suoi difetti. Carpenter dirige come chi ha fretta di raccontare una storia che sa essere potente, ma non sempre si prende il tempo per curarne i dettagli. La produzione, iniziata negli anni ’70, ha avuto una gestazione travagliata: diversi registi e sceneggiatori hanno provato a dare forma alla novella di John W. Campbell Jr., e questo si sente nella struttura a volte sgangherata del film. Carpenter riesce comunque a mantenere un controllo ferreo sull’atmosfera, trasformando la base antartica in una prigione di ghiaccio dove ogni ombra potrebbe nascondere il mostro.

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La sceneggiatura di Bill Lancaster non si preoccupa di creare personaggi profondi — e questo è il suo punto debole. Kurt Russell come MacReady ha qualche momento di spessore, specialmente quando ordina ai suoi uomini di bruciare la stazione, ma la maggior parte del cast è ridotta a caricature. Wilford Brimley come Blair ha una trasformazione convincente, ma David Clennon e Keith David sono quasi intercambiabili. La mancanza di sviluppo dei personaggi rende difficile empatizzare con loro quando la situazione precipita.

Il film ha avuto un’accoglienza tiepida alla sua uscita nel 1982. Critici come Roger Ebert lo hanno trovato deludente, criticando le caratterizzazioni superficiali e il tono implacabilmente nichilista. Altri, però, hanno apprezzato gli effetti speciali di Rob Bottin — creature costruite con lattice, prodotti chimici, parti meccaniche e ingegno puro — tra i lavori pratici più spiazzanti mai portati in sala. La scena in cui il cane si trasforma smette di essere un effetto speciale e diventa qualcosa che non si riesce a smettere di guardare, anche quando si vorrebbe. La sequenza finale — dove due uomini si affrontano in un duello di pistole e dinamite — è un climax perfetto per un film costruito sulla sfiducia.

Carpenter commette un errore: il tono. La cosa vuole essere nichilista, ma cade troppo spesso nel grottesco. La morte di Norris — dove una testa esplode in un geyser di sangue — sembra più uno scherzo che una minaccia, un momento in cui il film tradisce la propria serietà per una battuta visiva.

Il film ha trovato una seconda vita grazie al passaparola e alla diffusione su home video. Da allora la critica ha rovesciato il proprio giudizio iniziale: il film è entrato nel canone del genere con una tenuta che i blockbuster dello stesso anno non hanno saputo reggere. La sua rappresentazione dell’isolamento e della paranoia colpisce con eguale forza a ogni decennio in cui la fiducia collettiva vacilla.

Quella paranoia non è soltanto un congegno narrativo: è il piano su cui il film si regge. Carpenter non chiarisce mai con certezza chi sia infetto e chi no — mantiene l’ambiguità come scelta deliberata — e lo spettatore finisce per sorvegliare ogni personaggio nello stesso modo in cui i personaggi sorvegliano l’un l’altro. La differenza è che lo spettatore è seduto al sicuro, mentre gli uomini alla base non hanno nessun posto dove andare. È quella distanza a rendere il film insopportabilmente teso: non la creatura, ma il fatto che chiunque potrebbe ospitarla.

La fotografia di Dean Cundey riveste ogni inquadratura di una luce gelida, quasi priva di calore: colori desaturati, ombre che incombono come qualcosa di già perso. Le inquadrature strette e gli angoli insoliti stringono la morsa su chi guarda, facendolo sentire intrappolato insieme ai personaggi.

La partitura elettronica di Carpenter è volutamente scarna: poche note ossessive, un ritmo che incalza senza mai risolversi in qualcosa di rassicurante. Non accompagna il film — lo martella, insinuandosi sotto la pelle esattamente come il mostro che i personaggi non riescono a individuare.

Quarant’anni dopo la sua uscita, La cosa resta un’opera difficile da archiviare. Ha ispirato sequel, prequel e adattamenti, e nel 2025 è stata selezionata per la preservazione nel National Film Registry della Library of Congress. Il pubblico del 1982 non fu pronto ad accoglierla — in parte perché la visione benevola degli alieni incarnata da E.T. saturava le sale in quell’estate. La critica ci ha messo anni a cambiare idea, poi lo ha fatto senza riserve.

La cosa non è un film che rassicura. I suoi personaggi restano opachi, il mostro irrisolvibile, la fine sospesa nel buio. Il suo rifiuto di spiegare, di risolvere, di concludere in modo consolatorio è precisamente quello che lo separa dalla maggior parte degli horror della sua epoca — e quel rifiuto non ha perso un grammo di peso.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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