Cinema

Ìjọ̀gbọ̀n: sogni e conseguenze in una Nigeria rurale, tra durezza e speranze

Martin Cid
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La scena iniziale di Ìjọ̀gbọ̀n indugia su quattro adolescenti seduti all’ombra di un baobab: le loro risate rompono il silenzio del paesaggio rurale nigeriano. Il dramma del 2023 di Kunle Afolayan non parla soltanto della scoperta di diamanti grezzi, ma anche dei sogni e delle illusioni che ne derivano. Il film colloca la storia di una ricchezza improvvisa nella dura realtà della vita di villaggio, dove ogni scelta ha il suo peso e nessuna fortuna arriva senza un prezzo.

Afolayan, noto per drammi di forte sensibilità sociale come The Cedars (2015), imprime la stessa urgenza a Ìjọ̀gbọ̀n. Il regista sa cogliere le sfumature del comportamento umano quando è messo sotto pressione. Qui segue quattro adolescenti — interpretati da Ruby Akubueze, Yemi Solade, Bimbo Manuel e Sam Dede — le cui vite cambiano per sempre quando trovano un sacchetto di diamanti grezzi nascosto nei pressi del loro villaggio. La prima parte del film è la più riuscita: presenta i personaggi con misurata precisione. In particolare, Akubueze si distingue nel ruolo della leader di fatto del gruppo, con un’interpretazione che oscilla tra determinazione e vulnerabilità.

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La fotografia, pur senza effetti vistosi, è al servizio della storia. Le lunghe inquadrature degli abitanti intenti alle loro attività quotidiane restituiscono un senso di immersione e rendono ancora più brusco lo sconvolgimento provocato dai diamanti. Anche il sonoro amplifica questo effetto: il fruscio delle foglie, le voci in lontananza e il richiamo occasionale di un uccello contribuiscono a creare un’atmosfera insieme intima e ampia.

Ìjọ̀gbọ̀n inciampa, però, quando abbandona il dramma incentrato sui personaggi per affidarsi alla tensione di genere. Nella seconda parte entrano in scena minacce esterne — il minaccioso forestiero interpretato da Fawaz Aina e l’informatore tormentato di Ebiesuwa Oluwaseyi — mentre i ragazzi cercano di tenere segreta la scoperta. Questi nuovi elementi alzano la posta in gioco, ma compromettono anche il ritmo del film. Le scene che dovrebbero creare tensione finiscono invece per trascinarsi, appesantite da dialoghi densi di spiegazioni. Si sarebbero potuti tagliare almeno 15 minuti senza intaccare il nucleo emotivo della storia.

È nelle interpretazioni che Ìjọ̀gbọ̀n dà il meglio di sé. Akubueze, Solade, Manuel e Dede offrono prove naturali e misurate, capaci di rendere autentici i dilemmi morali dei loro personaggi. Kayode Ojuolape Jnr. e Yemi Sodimu, in ruoli più brevi ma cruciali, arricchiscono il tessuto sociale del villaggio. La sintonia tra i protagonisti è palpabile e rende il loro percorso comune coinvolgente e doloroso.

La regia di Afolayan è perlopiù lineare, una scelta efficace per un dramma ancorato al realismo. A tratti, però, il film non riesce a spingere il materiale oltre le convenzioni del genere. Uno stile visivo più riconoscibile o un approccio narrativo più inventivo avrebbero potuto aiutare Ìjọ̀gbọ̀n a distinguersi nel fitto panorama dei drammi sociali.

Sul piano tematico, il film affronta questioni senza tempo come l’avidità, la lealtà e il potere corruttore della ricchezza. È una storia che parla ben oltre il contesto nigeriano e tocca verità universali sulla natura umana. Ìjọ̀gbọ̀n è un film adatto a chi apprezza i drammi incentrati sui personaggi, capaci di restituire con forza un luogo e un’autentica intensità emotiva.

I paragoni con altri film dello stesso genere sono inevitabili. Pur senza la profondità psicologica di un’opera come The Wound (2017), Ìjọ̀gbọ̀n si ritaglia uno spazio tutto suo, concentrandosi sul particolare anziché sul quadro generale. Racconta le vicende di singoli individui, non di intere società: un’intimità che è al tempo stesso il suo maggior pregio e il suo limite più rilevante.

Il ritmo è il principale punto debole del film. La seconda parte, in particolare, appare appesantita da sottotrame superflue e confronti ripetitivi. Una sceneggiatura più asciutta avrebbe potuto snellire queste sequenze senza sacrificare l’impatto emotivo della narrazione. Anche alcuni personaggi secondari — soprattutto l’antagonista interpretato da Aina — avrebbero meritato una caratterizzazione più sfumata.

Nonostante questi difetti, Ìjọ̀gbọ̀n offre un’esplorazione coinvolgente, benché discontinua, della giovinezza, dell’ambizione e delle conseguenze delle proprie scelte. I suoi punti di forza sono le interpretazioni e la capacità di calare una premessa fantastica in un contesto realistico. La regia di Afolayan è salda, anche se talvolta le manca l’audacia necessaria per andare oltre formule già note.

Nel terzo atto il film prova a sciogliere i nodi rimasti in sospeso, ma la conclusione sembra affrettata. Gli archi narrativi dei personaggi principali si chiudono senza un adeguato sviluppo, e alcuni passaggi emotivi risultano meno incisivi di quanto dovrebbero. Una progressione più graduale avrebbe reso questi momenti più meritati e meno bruschi.

In definitiva, Ìjọ̀gbọ̀n è un’opera solida ma non memorabile nel panorama del dramma sociale. È un film che saprà parlare soprattutto a chi ama gli studi di personaggi ed è disposto a passar sopra ai suoi limiti strutturali.

Cast

Foto: The Movie Database (TMDB)

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